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Posts Tagged “open source”

Coi suoi 5 milioni di progetti, ospitati per conto di 3 milioni di utenti, GitHub è ormai il punto di riferimento degli sviluppatori, specialmente open source, che da tempo lo preferiscono a SourceForge, repository storico di progetti come VLC media player, eMule, 7-Zip o FileZilla. GitHub viene utilizzato anche per progetti di sviluppo privati, grazie anche ai suoi sofisticati strumenti di supporto al lavoro collaborativo, tra cui il Network Graph Visualizer. Il modello di business si basa soprattutto sulla vendita a privati di hosting per il codice, a partire da 7 dollari al mese (5 repository). Per iniziare a collaborare con un certo progetto, lo sviluppatore deve crearne un fork, duplicandolo sul repository pubblico. Poi può lavorarci, grazie ad un clone creato in locale e quindi ripubblicarlo, affinché il maintaner del progetto lo inglobi nel filone principale.

Il linguaggio attualmente più popolare è Javascript (21% dei progetti), seguito da Ruby (13%), Java (8%), Python (8%) e Shell (8%). PHP arriva solo in sesta posizione, col 7% di lavori presenti. Poi ci sono C, C++, Perl e Objective-C.

Il progetto più popolare, finora, tra quelli partoriti da GitHub, è Bootstrap, creato da Twitter per i propri siti e poi reso di pubblico dominio. Bootstrap mette a disposizione un framework per la creazione di pagine web, basato su CSS , completo di tutti gli elementi necessari e già predisposto per adattarsi, in modo “responsive“, a tutti i tipi di display.
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In teoria, punta tutto sull’apertura e la dinamicità, il nuovo sistema operativo di Mozilla, Firefox OS. In pratica, potrebbe risultare attraente, per gli operatori telefonici e gli stessi consumatori, soprattutto per la possibilità di immettere sul mercato smartphone a basso costo, specie nei mercati emergenti. La presentazione ufficiale dei piani di Mozilla per Mozilla OS consente ora di farsi un quadro abbastanza chiaro. Innanzi tutto, c’è qualcosa di concreto sul piano commerciale: gli accordi con 17 tra i principali operatori mondiali di reti mobili, tra cui Telecom Italia; le partnership con i produttori di terminali (Alcatel, LG, ZTE e Huawei) e con quelli di contenuti (AccuWeather, Airbnb, Box, Cut the Rope, Disney Mobile Games, EA Games, Facebook, Nokia HERE, MTV Brasil, Pulse News, SoundCloud, SporTV, Terra, Time Out e Twitter).

Firefox OS contiene vari aspetti innovativi, per l’utente, prima tra tutte quella di basarsi interamente sul web. App e contenuti, scaricabili dal Firefox Marketplace, sono collegate all’identità  online del singolo utente, che le conserva nel passaggio da un dispositivo all’altro e da una piattaforma all’altra. Inoltre sarà possibile scaricare applicazioni da utilizzare una sola volta. Un altro aspetto interessante è la funzione integrata di controllo dei costi. Ma c’è anche la possibilità  di cercare contemporaneamente sia tra le applicazioni che in rete, grazie all’assenza totale di codice nativo.

L’aspetto più interessante per gli sviluppatori, infatti, è quello che, essendo Firefox OS basato interamente sull’HTML5, esso consente di realizzare applicazioni multi-piattaforma al 100%, dal momento che queste ultime non vanno “racchiuse” in contenitori di codice nativo, come avviene negli altri sistemi operativi. Un’altra conseguenza è che le applicazioni accedono ad ogni funzionalità  intrinseca del dispositivo, ottimizzandone al massimo le prestazioni. La vera incognita è la capacità di Mozilla di penetrare un mercato, dominato da Google e Apple, nel quale persino Microsoft sta faticando ad affermarsi.
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Il crescente interesse per il cloud computing, dominato da grandi aziende planetarie, ha contribuito non poco a mettere in ombra l’open source e i suoi successi. Ci chiediamo se le due cose possano avere un futuro comune. Una recente inchiesta di Zenoss ci aiuta a rispondere, evidenziando come l‘open cloud sia ancora poco utilizzato, persino nella stessa comunità open source, soprattutto a causa di una ancora “insufficiente maturità“. La tecnologia dominante, in questo campo, è OpenStack. La notizia clou sarebbe, però, quella di un futuro radioso, per l’open cloud, avendo il 57% dei rispondenti espresso l’intenzione di sviluppare in futuro una “open source cloud”, motivati soprattutto (75%) da efficienza e prestazioni nelle tecnologie di virtualizzazione.

OpenStack è il software open source, nato a luglio 2010, con cui chiunque può costruire una piattaforma per il cloud computing veramente alternativa a Elastic Compute Cloud (EC2) di Amazon. Al progetto partecipano aziende come Dell, HP, IBM, Cisco e persino Microsoft. Ne sono promotori la NASA (sì, proprio l’agenzia spaziale) e l’azienda di hosting Rackspace, col sostegno indiretto del governo USA. Le alternative a OpenStack più richieste, sempre secondo l’indagine, sarebbero CloudStack – sviluppato dalla Apache Software Foundation – e Eucalyptus, specializzato per la realizzazione di cloud ibride basate sulle API di Amazon AWS

C’è chi sostiene che il cloud computing andrà inevitabilmente verso l’open source. La spinta verrà dalla necessità di avere una reale flessibilità d’utilizzo: quando le varie tecnologie in campo (e nel cloud computing i fornitori sono sempre più di uno) sono realmente compatibili e integrabili, tutto è più facile e, soprattutto, sicuro. La maggiore sicurezza dovrebbe derivare dal fatto che, nel momento in cui si integrano tra loro varie tecnologie, il gestore di una soluzione proprietaria non può garantire pieno supporto, mentre con l’open source è facile individuare eventuali falle. Dunque dovrebbe ripetersi la storia (Linux, Android), secondo l’articolo di Forbes: le tecnologie proprietarie gettano le basi, ma poi la comunità degli sviluppatori ne raccoglie i frutti, con soluzioni open source.

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La rivoluzione degli Open Data sta passando per Roma, in questi giorni, dove Roma Capitale (il Comune) ha deciso d’investire nei dati aperti e di mobilitare le risorse più innovative presenti sul proprio territorio.

Come prima cosa, ha creato un portale per mettere a disposizione i suoi dati, in formato aperto e riutilizzabile. Recentemente ha lanciato un concorso, Apps4Roma, di cui è appena scaduto il termine di consegna, aperto alla partecipazione di persone fisiche, aziende o associazioni, per la realizzazione di app basate sugli open data della Capitale.

I vincitori verranno scelti da un sistema misto: una commissione di esperti, più un voto popolare via internet. Per votare (c’è tempo fino a sabato 27 ottobre), bisogna inviare a info.opendata@comune.roma.it un’email col seguente oggetto: RICHIESTA VOTO ONLINE. Le categorie sono due: grandi aziende; PMI e singoli sviluppatori.

La nostra preferenza va decisamente a Roma InfoZone, un’applicazione open source per la categoria grandi aziende, sviluppata da Eustema. Il motivo? È affascinante e intelligente. Roma InfoZone, infatti, utilizza i dati del Comune per correlarli tra loro, pesarli in base a vari parametri, mescolarli con informazioni prese dalla rete e infine presentarli in modo molto accattivante. Lo scopo è quello di valutare la qualità della vita nei diversi Municipi, sulla base di molteplici fattori di natura economica, ambientale, sociale e culturale.

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È arrivata Web Platform Docs, la nuova piattaforma aperta che consente agli sviluppatori e ai web designer di tutto il mondo di avere un unico punto di riferimento per la documentazione tecnica. In questo modo, se l’iniziativa avrà successo, chi lavora nel Web saprà sempre dove trovare informazioni complete, attendibili e, soprattutto, standard sulle tecnologie della Rete, quali HTML5, CSS3, Javascript o SVG.

L’iniziativa, coordinata dal W3C, è sostenuta da tutti i big: AdobeAppleFacebookGoogleHPMicrosoftMozillaNokiaOpera. Ciò significa che c’è una volontà comune di accelerare l’innovazione, eliminando le possibili barriere all’affermazione di tecnologie standard e interoperabili, le uniche che finora hanno permesso lo sviluppo di internet.

Il sito di Web Platform è organizzato con modalità open source, cioè tramite tecnologia wiki e contenuti rilasciati sotto licenza Creative Commons. Oltre alla documentazione, che comprende anche tutorial per principianti, ci sono strumenti, come la chat e i forum, che consentiranno ai più esperti di scambiarsi informazioni e ai meno esperti di porre domande. Per ora non c’è moltissimo, ma siamo solo agli inizi. Save the bookmark!

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Apple ha aperto nuovi scenari, con la decisione di abbandonare Google Maps, all’interno di iPhoto per iOS, a favore di OpenStreetMap (OSM), il progetto open source, simile a Wikipedia, che si propone di creare, in tutto il mondo, mappe a contenuto libero con licenza Creative Commons. Ed è anche significativo l’interesse suscitato da una app come MapFactor Navigator (qui recensita da Wired.it), il navigatore per Android basato su OpenStreetMap, che consente di farsi guidare anche offline.

OSM si basa su dati geografici rilasciati con licenza libera Creative Commons (Attribution-ShareAlike 2.0), che chiunque perciò può usare liberamente, col solo vincolo di citare la fonte e usare la stessa licenza per eventuali lavori derivati. Tutti, se registrati, possono contribuire, arricchendo o correggendo i dati e caricando nei database del progetto tracce GPS e modificare i dati vettoriali usando gli editor forniti. Le mappe sono create usando come riferimento i dati registrati da dispositivi GPS portatili, fotografie aeree ed altre fonti libere, oltre a donazioni, tra cui quelle da parte di Yahoo! e di Microsoft. I rilievi sul territorio vengono effettuati da volontari (“mappatori”), tipicamente in bicicletta. I dati di OpenStreetMap sono disponibili in un numero sempre crescente di siti ed in differenti formati (v. elenco su Wikipedia)

La decisione, a marzo scorso, di far pagare l’utilizzo delle Google Maps nelle pagine che superino le 25 mila viste mensili, sta spingendo molti a trovare delle alternative. Oltre ad Apple – e a Bing che usa queste mappe per i suoi risultati – anche Foursquare e Wikipedia hanno deciso di passare a OSM.

Per gli sviluppatori, il vantaggio è di poter disporre di una base cartografica utilizzabile gratuitamente per qualsiasi sito o app, anche commerciale. Per farlo, è necessario creare un server GIS (tramite software come ArcGis, in versione gratuita con restizioni o a pagamento), che scarica da OSM i dati della porzione di territorio necessaria ed alla scala più appropriata, per renderli disponibili alla app del caso. Se si tratta solo di visualizzare mappe sui siti, però, è tuttora più semplice ricorrere dalla vecchia cara Google Maps.

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Forum PA apre i battenti domani, fino a sabato 19. Abbiamo chiesto a Gianni Dominici, Direttore generale della manifestazione, di spiegarci quali siano le tendenze oggi prevalenti nel mercato della Pubblica Amministrazione, per chi lavora nel Web. “A premessa di tutto, purtroppo va detto che un dato che oggi prevale su molte altre considerazioni di mercato, è il fatto che le amministrazioni non pagano. A parte questo, noto innanzi tutto un crescente interesse nei confronti dell’open source, del cui valore la PA si è finalmente resa conto. Ho letto i dati che Web Watching ha pubblicato a proposito, riguardanti soprattutto Drupal. È il tipico caso di una tecnologia che consente agli Enti pubblici di uscire dalla logica dei grandi portali e adottare soluzioni più economiche, realizzate grazie a molti interlocutori diversi presenti sul territorio”.

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Molti cominciano da un’esigenza personale, poi trasformano in business l’esperienza acquisita in WordPress, la piattaforma open source che sta conquistando il Web, coi suoi 73 milioni di siti, pur essendo del tutto indipendente dai big della Rete, quali Google, Facebook o Apple. È un economia che dà lavoro a decine di migliaia di persone, in quantità che cresce a dispetto della crisi. Anzi, compatibile con la crisi, per i suoi bassi costi. Ma come si reggono i conti di un prodotto del tutto gratuito? Un’inchiesta di Siobhan McKeown fa il punto sull’economia di WordPress.

  1. I temi – I rivenditori di temi (“theme shops”), tra cui l’attuale n. 1 (secondo Alexa) è Elegant Themes, sono presenti in tutto il mondo, ma il loro mercato globale è saturo e molto competitivo. Attori importanti sono anche i marketplace di temi, come Theme Garden. Il theme design è l’attività più praticata in questa economia, la cui crescita lascia comunque spazi anche ai nuovi entranti, alzando però sempre più in alto l’asticella della qualità. Poi c’è il Theming Engine, come Infinity, che aiuta questo numero crescente di designer a creare temi anche complessi.
  2. I plugin – Il mercato dei plugin è anche più competitivo di quello dei temi, e con una percentuale minore di persone disposte a pagare. Molti sviluppatori si sono concentrati su un solo plugin, come nel caso di Event Espresso, disponibile in 3 versioni di complessità crescente, di cui solo la prima gratuita.
  3. I servizi – Tra i servizi, l’hosting è forse il più delicato, al punto che c’è chi, come WP Engine, offre hosting specializzato per WordPress. A causa della gratuità e facilità d’uso della piattaforma, il livello tecnico di chi inizia ad usarla si abbassa sempre più, e così apre lo spazio anche ad un mercato della consulenza. Lo sviluppo di siti è uno dei servizi più diffusi, sia per piccole che per grandi realizzazioni. Essendo poi WordPress così diffuso in tutto il mondo, c’è tutto un mercato di soluzioni per le traduzioni – automatiche e non – e per i siti multilingue, dove spiccano servizi come ICanLocalize.
  4. I network multisito – Piattaforme che ospitano tanti siti Wordpress, secondo i canoni del cloud computing, sono in crescita, a partire dal WordPress.com, che ne include più di 32 milioni. Ma c’è anche Edublogs, che ne ospita più di un milione solo nel settore didattico.
  5. I prodotti editoriali – L’enorme diffusione di WordPress rende anche i blog su WordPress (come WPMU.org, WPCandy e WPLift) una parte di questa economia, coi grandi numeri che riesce a generare. Ma anche i libri sull’argomento sono molto numerosi (fate una prova su Amazon), senza contare i PDF da scaricare. Infine ci sono le agenzie di copywriting, come Words for WP, che supportano gli sviluppatori nel descrivere al meglio i loro prodotti.
  6. Il Software As A Service (SaaS) – In questa categoria sono da includere due tipi di servizi: i creatori di siti di nicchia, come Happytables, che consente di crearsi da soli il sito del proprio ristorante, e quelli che offrono un servizio di WordPress Management, come ManageWP, che permette a chi gestisce parecchi siti WordPress di fare tutto da un unico pannello di controllo.
  7. La formazione – In questo mercato in grande espansione, non possono mancare i fornitori di formazione, anche perché WordPress è sempre più considerato quale palestra ideale per introdurre i giovani alle professioni del Web.

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La scena è dominata dai prodotti open source, con WordPress – storica piattaforma per blog, ma sempre più usata per normali siti – che spopola a tutti i livelli. Un’indagine di BuiltWith permette di fare il punto sulla diffusione dei Content Management System, ovvero le piattaforme software per gestire i contenuti dei siti. Se si prende in considerazione il primo milione di siti nel mondo, per ordine di importanza, WordPress ne gestisce il 63%, seguito da Joomla! (11%) e da Drupal (9%). Restringendo la gamma ai primi 100 mila siti, Worpress domina un po’ meno (53%) e il secondo posto è occupato da Drupal (17%), perché Joomla (7%) si adatta poco ai siti più complessi. Tra i primi 10 mila, Drupal è ancora più presente (22%), mentre occupa un posto molto importante anche ExpressionEngine, un prodotto commerciale scritto in PHP e basato su database MySQL.

Se si considerano i trend, WordPress e Drupal crescono costantemente, come diffusione, mentre Joomla rimane stabile. La crescita maggiore, su base mensile, l’hanno registrata soluzioni come: WebsiteBaker, un altro CMS open source; Wild Apricot, specifico per club e  associazioni; SiteCore, basato su ASP.NET; LifeRay, soluzione open source ma commerciale per portali, basata su Java.

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Il “quadrante magico” elaborato da Gartner per rappresentare il posizionamento dei protagonisti, in un determinato segmento di mercato, è uno strumento utile per capire su quali prodotti può essere opportuno puntare. Ecco il quadrante relativo ai “portali orizzontali“, ovvero i sistemi che possono essere considerati molto di più che semplici CMS (Content Management System), in quanto consentono di realizzare “punti di accesso personalizzati a informazioni rilevanti, processi di lavoro e persone”, sia destinati ad utenti finali che ai diversi ambiti d’interesse delle aziende.

Nell’ultima versione (2011), Microsoft, IBM e Oracle risultano leader, più o meno alla pari, grazie a SharePoint, WebSphere e WebCenter, rispettivamente. Nel quadrante più ambito ci sono anche Liferay e SAP, ma quest’ultimo, rispetto all’anno precedente, risulta aver perso un po’ di “visione”, intesa come capacità di capire e intercettare i nuovi bisogni degli utenti. Il quadrante dei visionari ha tre nuovi ingressi: Backbase (fino a poco fa prodotto di nicchia, in ambito finanziario), salesforce.com (non  proprio un portale orizzontale, però) e OpenText (erede del famoso Vignette).

Ta gli “sfidanti” spicca il portale open source JBoss, di Red Hat, una soluzione adottata da grandi imprese che hanno la possibilità di investire anche nello sviluppo.  Tra le new entries del quadrante troviamo due ulteriori soluzioni open source: una basata su PHP, Drupal, l’altra su .NET, DotNetNuk. Entrambe sono CMS che potrebbero diventare veri e propri portali orizzontali, se ci riusciranno.

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