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Una scarpa da basket posta da sola su Facebook e Twitter gli aggiornamenti sulla propria vita ai piedi di un campione, consentendo ai suoi fan di seguirne le vicissitudini ed inviare commenti. È una delle idee su cui sta lavorando Google, per cambiare ancora una volta, e in modo radicale, il mercato della pubblicità, che oggi compre l’87 per cento dei suoi ricavi, ma che rischia anche di essere presto messo in crisi dal mobile web e dalle sempre più diversificate forme di fruizione dei contenuti. Il lucrativo mercato degli annunci testuali, che accompagnano i risultati delle ricerche Google, col mobile si indebolisce parecchio, perché sul display dello smartphone c’entrano pochi annunci, e il suo utilizzatore è molto più focalizzato, nelle azioni che compie.

La pubblicità mono-direzionale come l’abbiamo sempre conosciuta, anche sul Web, funziona sempre meno, perché ormai è il momento di “creare esperienze“, come sostiene Edward Boches, docente di pubblicità alla Boston University. È per questo, che Google ha creato Art, Copy & Code, un esperimento per dare vita a nuovi format pubblicitari, come quello della scarpa parlante. Si fa ricorso, in quel caso, ad oggetti connessi in rete, dando così ancora più forma alla internet delle cose. Il software in questione usa tecnologie come un accelerometro, un giroscopio e il Bluetoooth, per tradurre i movimenti dell’atleta in divertenti e motivanti commenti in tempo reale. Pubblicati su Google+, ovviamente.

In questo esperimento ci sono molti elementi del Web che avanza: una relazione sempre più stretta tra il mondo fisico e quello digitale, così come tra il corpo umano e la Rete; l’internet delle cose; l’uso di sensori che producono un gran numero di dati da interpretare. E sfruttare commercialmente.
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Quant’è sicura la mia password? Se non te lo sei mai chiesto, prova a digitarla qui: ti dirà quanto tempo impiega un PC a craccarla. Se ci vuole qualche anno, allora per un po’ andrà bene, a meno che non ci sia qualcuno che l’ha già indovinata, per similitudine con altre password che usi. La password è il sistema di protezione oggi più usato e la sua importanza cresce sempre di più, col diffondersi di social media e cloud computing, ma crescono in egual misura le preoccupazioni per un sistema intrinsecamente inadatto, perché una password decente è sia quasi impossibile da ricordare, sia troppo lunga da gestire.

Una soluzione è quella proposta da PayPal, che assieme a Lenovo – il secondo produttore mondiale di computer – ha dato vita alla FIDO Alliance, col proposito di farla finita per sempre con le password. Il consorzio FIDO propone ai produttori di dispositivi di adottare uno standard aperto e universale, che consenta ai dispositivi stessi il riconoscimento dell’utente. Ciò può essere ottenuto, ad esempio, tramite la Trusted Platform Module (TPM), un chip per la crittografia già presente in molti computer e tablet, ma poco sfruttato. Tale sistema potrà essere usato, se l’adesione dei produttori sarà ampia, anche in abbinamento ad una classica password.

La soluzione proposta da Google è diversa. Pur utilizzando l’autenticazione a due fattori (o ”strong authentication”), quella che comporta l’invio di un codice temporaneo via SMS in aggiunta alla password, in un recente paper, la ritiene poco sicura. Perciò propone l’uso di speciali chiavette USB, che non richiederebbero lo scambio di dati in rete. Le chiavette potrebbero essere sostituite anche da smartphone, anelli o altri gioielli. In questo caso, però, richiederebbero l’uso della NFC, una tecnologia dagli esiti ancora assai incerti.
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Siamo sempre più multi-schermo: il tempo speso coi media lo passiamo quasi tutto di fronte ad uno schermo – computer, smartphone, tablet e TV – scegliendo il dispositivo in base al contesto nel quale ci troviamo. L’interazione multi-schermo avviene secondo due modalità: sequenziale, quando passiamo da uno schermo all’altro, o simultanea, quando ne usiamo più di uno contemporaneamente. Tipica della fruizione sequenziale è la ricerca di informazioni, mentre è la TV, che domina lo scenario della simultaneità, riuscendo sempre meno a catturare per intero la nostra attenzione. Gli smartphone sono il fulcro di questo panorama, risultando il punto di partenza più frequente. Tutto ciò ci dà la sensazione di usare il nostro tempo in modo più efficiente. Sono i risultati di uno studio condotto da Google“The New Multi-screen World”, che pensiamo sia molto utile a chi progetta siti Web.

Le conseguenze per la progettazione dei siti non sono da poco:

  1. Nel marketing, la distinzione tra “digitale” e “tradizionale” ha sempre meno senso, perché il 90% delle nostre interazioni mediatiche passa per degli schermi, per cui ciò che serve è capire come gli utenti interagiscono con ciascuno dei media digitali.
  2. Gli utenti scelgono quale dispositivo usare in base al contesto. Per cui, il sito dovrebbe rispecchiare i fabbisogni tipici di ciascun dispositivo, ma anche gli obiettivi di conversione dovrebbero essere adattati a ciascuna situazione specifica.
  3. Il prevalere dell’uso sequenziale, da un dispositivo all’altro, rende imperativo consentire agli utenti di conservare i progressi compiuti nel passaggio tra dispositivi, come ad esempio i prodotti salvati nel carrello o le informazioni tracciate durante il log-in, così come la possibilità di auto-inviarsi tali progressi per email.
  4. Gli utenti fanno affidamento primariamente sulla ricerca, pertanto bisogna curare bene la coerenza delle keyword per tutti i dispositivi, in modo che il marchio emerga sempre nello stesso modo.
  5. Durante l’uso simultaneo, i contenuti visti su uno schermo possono innescare azioni su un altro, pertanto le aziende non dovrebbero limitare gli obiettivi di conversione o i pulsanti “call to action” al dispositivo scelto per il primo approccio.
  6. Per la maggior parte del tempo che guardiamo la TV, usiamo anche un altro schermo. La TV è un potentissimo veicolo per messaggi che comportano poi azioni negli altri dispositivi: bisogna tenerne conto nelle strategie di marketing.
  7. I modi di comprare on line differiscono, tra un dispositivo e l’altro, per cui l’esperienza di ricerca del prodotto e quella di acquisto vanno progettate tenendo conto delle specificità di ogni device.
  8. Lo smartphone è la spina dorsale del nostro consumo mediatico quotidiano, l’oggetto usato di più nell’arco della giornata, oltre che il punto di partenza più frequente per la fruizione multi-schermo. Per cui andare sul mobile è un imperativo ineludibile.

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Il personal computer sarebbe destinato ad estinguersi presto, come mezzo di accesso ad internet, per lo meno per gli usi domestici. Lo rivela un’interessante presentazione di Business Insider, che mette insieme una serie ampia di dati statistici.

Le prove a favore di questa tesi sono legate innanzi tutto alle vendite. Da quando è comparso l’iPad sul mercato, i PC non sono più cresciuti, cannibalizzati dai tablet. La piattaforma Microsoft/Intel è crollata, come market share, specie a vantaggio di Android. Le intenzioni di acquisto dei tablet sono il doppio, rispetto ai PC, tanto che si prevede il sorpasso già nel 2015.

Se si guarda allo stato di salute dei maggiori player, domina chi ha saputo cavalcare meglio il mobile. Gli affari di Apple vanno a gonfie vele. Google, oltre a non avere rivali nelle ricerche e nella pubblicità, domina il market share delle piattaforme mobili. Samsung e Facebook sono sempre più in crescita. Attori come Yahoo! sono invece in declino, mentre i destini di Microsoft sono molto incerti.

Ma il declino del PC, a favore dei dispositivi mobili, riguarda solo gli usi domestici, perché in ufficio sono ancora i computer, a prevalere.

C’è ovviamente chi non è d’accordo. Erik Kain, ad esempio, su Forbes sostiene che si estingueranno solo i computer come li conosciamo oggi, perché verranno sostituiti da interfacce completamente diverse, con schermi trasparenti, flessibili, indossabili, eccetera. Chi ha maggiori possibilità di successo, in tale scenario, sarebbe proprio Microsoft, con suo Windows 8, il primo sistema operativo progettato per adattarsi a qualsiasi piattaforma. Per sapere chi ha ragione, non bisognerà aspettare molto.
Link utili su questo argomento e presentazione di Business Insider

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Il posizionamento tra i risultati di ricerca di Google è la maggior preoccupazione per chiunque gestisca un sito Web, specie se di tipo commerciale. Google aggiorna continuamente l’algoritmo applicato alle ricerche, basato sul PageRank, e recentemente rivoluzionato con l’avvento di Google Panda, la nuova release che premia i siti di qualità e punisce i parassiti del Web, che solo nel 2012 è stata aggiornata ben 14 volte.

Ecco di seguito una sintesi dei consigli che dà Google stessa, la quale raccomanda, comunque, di non concentrarsi tanto su questo o quell’aspetto che possano influire sull’algoritmo, quanto sulla qualità dei contenuti del sito.

  • Un sito che piace a Google contiene articoli per niente superficiali; anzi, scritti da persone appassionate e/o competenti in materia, che forniscano valore aggiunto, a confronto con le altre pagine risultanti dalla stessa ricerca..
  • È molto importante che il sito non abbia contenuti duplicati e/o pagine che differiscono tra loro solo di pochissimo.
  • Il sito deve infondere fiducia al punto che l’utente sia disponibile a fornire il proprio numero di carta di credito o a consultarlo per informazioni riguardanti la propria salute.
  • I testi non devono contenere errori d’ortografia, né informazioni inattendibili, né troppo superficiali.
  • Gli argomenti scelti devono essere quelli di reale interesse dei lettori del sito, e non inseriti solo per migliorare il posizionamento.
  • Il sito deve fornire contenuti originali, mai ovvi; anzi, col giusto grado di approfondimento.
  • Se un argomento può essere considerato da più punti di vista, è opportuno non presentarne uno solo ed essere in più possibile esaustivi.
  • Il sito deve poter essere considerato una fonte autorevole sulle materie che tratta.
  • Le pagine devono essere interessanti al punto che sorga il desiderio di condividerle con altri o quanto meno salvarle tra i preferiti.
  • Non deve assolutamente esserci troppa pubblicità, che distragga dai contenuti del sito.
  • Le pagine devono essere realizzate con grande attenzione ai dettagli.

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Cosa ci dobbiamo aspettare, nel corso del 2013, dal mondo del Web? Grandi cambiamenti sono in corso ed altri, non meno importanti, si verificheranno nei prossimi mesi, sconvolgendo gli equilibri consolidati e facendo emergere nuovi protagonisti. Ecco per voi le previsioni di Web Watching.
Leggi l’oroscopo 2012 delel tecnologie e dei servizi Web

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Uno dei settori emergenti di attività, in ambito web, è quello della web reputation, o, più esattamente, del Reputation Management, ovvero la pratica di analizzare ed eventualmente influenzare la reputazione on line di persone ed organizzazioni. Originato dal marketing, dove sono prosperate pratiche border-line come l’Astroturfing, e dalle Public Relations (PR), il Reputation Management è ormai una pratica in buona parte sovrapponibile a quella di SEO che, a sua volta, coincide sempre di più con l’arte di influenzare i risultati di ricerca su Google.

La questione centrale è che la Rete, oltre che della trasparenza, è sempre di più il regno della mistificazione. Uno dei capisaldi dello sviluppo di internet è stato il fatto che il più grande mercato on line del mondo, eBay, fosse basato sui  feedback degli utenti e, di conseguenza, sulla reputazione dei venditori. Ma nel 2007, una ricerca Usa ha svelato come, tra i venditori eBay, fosse diffusa la pratica di offrire omaggi agli utenti in cambio di un rating positivo. Nello stesso anno, forse non a caso, è stato coniato il termine Reputation Management ed è cominciato l’interesse verso di esso.

Oggi, con la diffusione di massa dei social network, la reputazione ha un nemico in più: se stessi. Perché ogni singolo contenuto postato dal proprio account diventa di dominio pubblico e poi viene enfatizzato o trascurato, ma senza più controllo da parte dell’autore, per via del passaparola. Ed è per lo più incancellabile. Oggi, chi cerca di “farsi una reputazione” on line, lavora soprattutto sui social media.

Tra le aziende, la pratica di manipolare feedback, rating e giudizi degli utenti è ormai così diffusa, che la questione etica è di dove stabilire la linea di confine più eticamente accettabile, ma anche più conveniente. Perché falsificare ed essere poi scoperti è il peggio che possa capitare. Le stesse aziende, poi, sfruttano il concetto di reputazione on line per la ricerca di personale: a parte LinkedIn, sono Facebook e Google i servizi sempre più utilizzati, a tale scopo.

Per tutti questi motivi, il Reputation Management è diventato un settore d’attività economica. Il punto di riferimento centrale è Google: l’azienda che si erge a baluardo contro la manipolazione, con algoritmi di ricerca sempre più sofisticati, per contrastare le mistificazioni; ma anche con buoni consigli. Soprattutto su questa base si muove chi si è inventato il mestiere del reputation cleaner. Dopo un’analisi tramite software dedicati, il “cleaner” elabora e diffonde contenuti positivi attraverso social media, Wikipedia e blog; infine cerca di rimuovere tutte le notizie non gradite. Sono già numerosi anche i siti che misurano la reputazione: oltre al più noto, Klout, ci sono Empire Ave­nuePee­rin­dex e Iden­ti­fied.

Un sistema di comunicazione come internet, nel quale le persone non si vedono, si è basato sin dall’inizio sulla reputazione. È quindi normale che, col crescere d’importanza di internet, aumenti il nostro interesse per la reputazione on line.

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La sempre maggiore diffusione dei tablet fa ritenere imminente la fine del computer come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi. Ammesso che questa previsione si avveri, è molto incerto quale tipo di standard prevarrà, essendo in atto una guerra, molto aperta, tra tre sistemi operativi: Apple iOS, Android e Windows 8. Apple iOS oggi domina il mercato, col 50,4% dei tablet, ma la dipendenza del sistema operativo da un unico produttore di hardware, la Apple, ne limiterà inevitabilmente la diffusione, e c’è chi prevede il sorpasso da parte di Android in pochi mesi. Gli altri due contendenti si danno battaglia su un aspetto cruciale, di questa transizione: la capacità di questi dispositivi di soddisfare le esigenze di produttività e, più in generale, di penetrare il mercato business.

  • Google, mentre si prepara al sorpasso col suo sistema Android, ci riprova col Chromebook, il computer tutto basato sul browser Chrome. Nonostante il Samsung Chromebook, uscito ad ottobre, sia diventato il PC più popolare su Amazon, ora punta su un modello Acer molto più tradizionale, con disco rigido, anziché memoria solida. La mossa, secondo alcuni analisti, mira a rassicurare i consumatori, che col disco rigido si sentirebbero più protetti, rispetto alle ansie generate dal cloud computing. E questo potrebbe essere il cavallo di troia, a soli 199 $, per l’assalto finale al PC. Nel frattempo, col suo Google Nexus 7, attacca l’iPad con un prodotto molto più economico.
  • Microsoft, da parte sua, punta su Windows 8, che spera possa trasformare il tablet, da supporto alla navigazione – quale ora principalmente è, con l’iPad – a strumento di lavoro sostitutivo del PC. Lo fa con prodotti propri e di terze parti. Per i primi, c’è Microsoft Surface, che può arrivare anche a 64 Gb di memoria, molto interessanti per chi vuole fare a meno del PC. La scelta di software è povera, rispetto ai concorrenti, e questo è molto punitivo nei confronti del mercato consumer (che cerca i giochi), meno per quello business. Office, il punto di forza di Microsoft, è disponibile in versione ottimizzata per touch-sceren, ma solo in preview, e per utilizzarla bisogna abbandonare l’interfaccia Metro e adottare quella vecchio stile. Siamo dunque ancora in una fase molto ibrida. Altrimenti, ci sono i tablet Samsung Ativ, freschi freschi, dalle caratteristiche più performanti.

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È arrivata Web Platform Docs, la nuova piattaforma aperta che consente agli sviluppatori e ai web designer di tutto il mondo di avere un unico punto di riferimento per la documentazione tecnica. In questo modo, se l’iniziativa avrà successo, chi lavora nel Web saprà sempre dove trovare informazioni complete, attendibili e, soprattutto, standard sulle tecnologie della Rete, quali HTML5, CSS3, Javascript o SVG.

L’iniziativa, coordinata dal W3C, è sostenuta da tutti i big: AdobeAppleFacebookGoogleHPMicrosoftMozillaNokiaOpera. Ciò significa che c’è una volontà comune di accelerare l’innovazione, eliminando le possibili barriere all’affermazione di tecnologie standard e interoperabili, le uniche che finora hanno permesso lo sviluppo di internet.

Il sito di Web Platform è organizzato con modalità open source, cioè tramite tecnologia wiki e contenuti rilasciati sotto licenza Creative Commons. Oltre alla documentazione, che comprende anche tutorial per principianti, ci sono strumenti, come la chat e i forum, che consentiranno ai più esperti di scambiarsi informazioni e ai meno esperti di porre domande. Per ora non c’è moltissimo, ma siamo solo agli inizi. Save the bookmark!

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La recente condanna di Samsung per la violazione dei brevetti di Apple ha reso le prospettive di evoluzione del mondo Web ancora più incerte. Ma emergono degli elementi che, oltre ad accelerare la convergenza tra fisso e mobile, ci aiutano a capire quali possono essere i punti in comune tra il desktop, dominato da Windows e legato soprattutto al mondo dell’ufficio, e il mobile, trainato da Apple – in guerra con Google e Microsoft – appannaggio per ora soprattutto del mercato consumer. Due notizie di questi giorni sono esemplificative, in tal senso.

La prima è quella dell’uscita di una versione finalmente efficiente di WordPress per iPad, la 3.1. Limitata per ora solo ai blog creati con WordPress.com, consente di gestirne ogni caratteristica molto facilmente, prefigurando come – anche da tablet – sia possibile eseguire operazioni complesse legate al mondo business.

La seconda è costituita dall’annuncio di oggi dei nuovi prodotti Samsung, ed in particolare:

  • il Galaxy Note II, nuova versione del “phablet” (incrocio fra telefono e tablet) di successo della casa coreana, con migliorie soprattutto per favorire la produttività da ufficio; il dispositivo con sistema Android e schermo maxi (5,5 pollici) è  dotato di un pennino (S-Pen) che consente di interagire col Note con estrema precisione, e perciò compiere su di esso operazioni anche complesse, quelle tipiche dei programmi di produttività;
  • la linea Ativ, comprendente un tablet (Ativ Tab) e uno smartphone (Ativ-S), entrambi con Office preinstallato, ma in questo caso a corredo del sistema operativo Windows 8; un Office che è stato definito di transizione, perché ancora troppo difficile da usare su tablet;
  • una nuova linea di “Smart PC”, sempre con Windows 8, consistente in un tablet con tastiera magnetica sganciabile, in grado di funzionare sia in modalità desktop che touch, dotato di schermo da 11,6 pollici.
Ci sembra evidente come in questo scenario Google, col suo Android, rimanga ancora piuttosto sganciato dal mondo business.

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