Posts Tagged “google”

countries_by_most_used_web_browserConoscere i dati sulla diffusione dei vari browser è fondamentale per chi sviluppa siti e servizi web, perché ogni interfaccia va progettata per comportarsi al meglio in ciascuna delle piattaforme ed è opportuno fissare sempre delle priorità. Abbiamo messo a confronto i dati mondiali con quelli riferiti alla sola Italia, usando come fonte StatCounter, per individuare eventuali differenze. Ogni paese ha le sue usanze, anche in internet. Se Chrome (in verde nella cartina) domina quasi ovunque, infatti, Firefox (in arancio) è amato in Africa, mentre Explorer (in blu) è sorretto soprattutto dai cinesi. Per ora, dunque, non c’è storia: Google è padrona del mondo.
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Cronologia delle posizioni di Google MapsGoogle conosce tutti i nostri spostamenti, minuto per minuto, e li registra in un database accessibile via Web – all’indirizzo maps.google.com/locationhistory - dal quale è possibile ricavare dati e statistiche sui nostri comportamenti, come ad esempio tempo mediamente passato al lavoro, a casa e altrove, e così via. È un caso tipico di come la privacy – nell’era del cloud computing e dell’internet mobile – sia sempre più esposta a manipolazioni ignote ai consumatori. Lo smartphone, in particolare, rileva la posizione di chi lo usa grazie a due diverse tecnologie: il rilevamento delle celle della rete telefonica e il GPS.

Entrambe le informazioni vengono intercettare da vari sistemi legati al dispositivo: il sistema operativo, (Android, iOS, Windows, …) la rete del gestore telefonico, le varie app.

Le app, in particolare, accedono a molte informazioni, compresa la posizione, grazie alle autorizzazioni che hanno richiesto al momento dell’installazione e che l’utente, in genere, concede a cuor leggero. Quindi ci sono diversi soggetti che possano conoscere la posizione di una persona che va in giro con lo smartphone. Le modalità di trattamento di tali dati sono in genere ignote all’utente. Potrebbero, ad esempio, essere venduti a terzi a sua insaputa. Un caso significativo è stato quello del periodico tedesco Die Zeit, che ha pubblicato la mappa interattiva degli spostamenti di un politico, Malte Spitz, combinandoli coi suoi interventi su Twitter e il blog. Spitz stesso aveva concesso il database, che si era fatto consegnare dalla compagnia telefonica.

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foto di MoneyBlogNewzIl posizionamento nei risultati delle ricerche Google è in cima alle preoccupazioni di chi progetta, gestisce o finanzia un sito web. Ed è il mestiere di chi si occupa di SEO, Search Engine Optimization. Con le ultime grandi “riforme” dell’algoritmo usato da Google contano sempre meno i trucchetti e sempre più la qualità dei contenuti e dell’interfaccia. Ma è comunque opportuno conoscere i fattori che influiscono di più su quell’algoritmo. Ecco gli elementi più rilevanti secondo un sondaggio di Moz condotto tra più di 100 professionisti del SEO.

Di tutti i fattori considerati, abbiamo selezionato solo quelli che hanno raggiunto un punteggio superiore al 6 e li abbiamo divisi tra quelli che influiscono sul posizionamento del dominio e/o dell’intero sito e quelli relativi alla singola pagina.

Un elemento importante da considerare è che il posizionamento, più che assumere un valore assoluto, è legato a una o più keyword. L’obiettivo è infatti sempre quello di raggiungere i primi posti nei risultati dei motori, ma solo per certe ricerche in particolare.

Principali fattori a livello di dominio (in ordine d’importanza)

  1. Unicità di contenuti dell’intero sito
  2. Numero di domini unici che linkano al dominio
  3. Autorevolezza del dominio
  4. Numero di link al dominio da fonti sconosciute
  5. Popolarità del dominio calcolata in base all’insieme di link in entrata (page rank)
  6. Rilevanza di argomento dei link in entrata
  7. Volume di ricerca per il marchio/dominio
  8. Freschezza di contenuti del sito
  9. Percentuale di link che nel testo contengono il nome del marchio
  10. Quanttà di keyword associate al marchio nel web
  11. Dominio mai penalizzato
  12. Varietà dei link in entrata sul sito (ad es. forum , blog, news, ecc.)
  13. Velocità con cui il dominio acquisisce link in entrata
  14. Nome del dominio che coincide con la keyword

Principali fattori a livello di pagina

  1. Presenza della keyword nel titolo della pagina
  2. Unicità di contenuti della singola pagina
  3. Varietà di testi contenenti il link alla pagina (esatto, parziale, nome del marchio, ecc.)
  4. Presenza della keyword nell’area dei contenuti principali della pagina
  5. Numero di domini unici che linkano la pagina
  6. Rilevanza di argomento delle altre pagine che linkano la pagina
  7. Tasso di varietà dei domini rispetto al numero di link in entrata
  8. Numero di link alla pagina da marchi e/o domini popolari
  9. Posizione/contesto dei link in entrata (sidebar, corpo del testo, tooter, ecc.)
  10. Rilevanza di contenuto dei domini che linkano la pagina
  11. Popolarità della pagina calcolata in base all’insieme di link in entrata (page rank)
  12. Ottimizzazione dei contenuti della pagina rispetto all’argomento
  13. Varietà dei link in entrata sulla pagina (ad es. forum , blog, news, ecc.)
  14. CTR da Google alla pagina per una certa keyword
  15. Quantità di link alla pagina che utilizzano la keyword all’interno del testo del link
  16. Velocità con cui la pagina acquisisce link in entrata
  17. Quantità di link alla pagina che utilizzano la keyword come testo del link

Come si può notare, i fattori risiedono soprattutto all’esterno del sito. Quest’ultimo deve avere una popolarità e autorevolezza tali da guadagnarsi il massimo numero di link “qualificati” da altri siti.

Per quanto riguarda i social media, il loro influsso c’è, ma è meno importante di tutti i fattori che abbiamo elencato sopra. Tra i social, conta più di tutti Google+, seguito da Twitter e poi da Facebook.

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google hummingbirdÈ già un mese che lo utilizza ma lo ha rivelato solo pochi giorni fa: Google ha effettuato uno dei più grandi cambiamenti di sempre nell’algoritmo del proprio motore di ricerca, passando a un nuovo approccio, basato sul significato delle frasi digitate dagli utenti, anziché sulle keywords.  La mossa è rivoluzionaria, ma nella sostanza non cambia molto, sia perché gli utenti del motore non se ne sono accorti (salvo che per la maggiore accuratezza di certi risultati), sia perché già dall’ultimo grande cambiamento, Panda, Google ha cominciato a premiare la qualità effettiva dei siti, rendendo sempre più arduo posizionarsi con l’aiuto di trucchi ed escamotage vari. Il nuovo algoritmo si chiama Hummingbird, colibrì, perché è veloce e preciso, e si basa sulla ricerca semantica, come già in parte avviene col Knowledge Graph, introdotto l’anno scorso.

Cosa cambia per il SEO, cioè l’arte di posizionare i siti ai primi posti tra i risultati di ricerca? Come sempre è in buona parte un mistero, perché Google non svela mai la ricetta su cui si basano i suoi algoritmi. Sappiamo solo che si basa su circa 200 ingredienti e che uno di essi rimane ancora il Page Rank, cioè il punteggio che Google attribuisce a ciascun sito, in base alla reputazione che ha in rete. La qualità e l’originalità dei contenuti continuano ad essere premiati, pertanto il lavoro degli specialisti SEO non dovrebbe cambiare.

Le potenzialità della ricerca semantica possono essere già apprezzate grazie a Knowledge Graph, il sistema che permette di visualizzare, sul lato destro della pagina, una scheda riassuntiva del soggetto. Si veda, ad esempio, cosa succede se si cerca Giorgio Napolitano. Tale scheda non è realizzata da una redazione, ma messa insieme automaticamente da Google, che capisce da solo chi è quella persona, quando è nata, cosa fa, eccetera. Siccome molti utenti, per interrogare Google, usano frasi discorsive, adesso il motore non va a guardare solo quali parole contiene, ma anche e e soprattutto cosa può significare.
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google apps sphereGoogle sta vivendo un cambiamento radicale: ha ancora, come missione, quella di “organizzare l’informazione mondiale“, ma è consapevole della necessità di uscire dal web – l’ambito nel  quale ha creato la propria fortuna – per interessarsi ai modi concreti in cui l’informazione arriva alle persone. In altre parole, all’hardware. Il suo rivale principale, Apple, è vincente proprio nella stretta integrazione tra hardware e software, ma Google – nonostante la recente acquisizione di Motorola e il lancio di Nexus 7, il tablet da 7 pollici – sta andando in una direzione diversa: portare microprocessori ovunque sia possibile.

I Google Glass e Chromecast ne sono degli esempi. Ma la forza della penetrazione di Google sta nel fatto che il suo sistema operativo, Android – essendo open source, e quindi largamente adottato dagli sviluppatori di tutto il mondo – sta diventando il sistema operativo di default dell’internet delle cose, la dimensione emergente nella quale un numero crescente di dispositivi è dotato di una propria intelligenza e un collegamento alla Rete. È un futuro nel quale nuovi dispositivi creeranno un enorme flusso aggiuntivo di dati. Da dare in pasto a Google, naturalmente.

In questo contesto si colloca anche Moto X, il telefono che Motorola lancerà ad ottobre, il quale mira a spingere ai massimi limiti la personalizzazione dei servizi, oltre che l’intrusione nelle vite private. Moto X sarà la più grande concentrazione di sensori mai vista, in un dispositivo ad uso personale, grazie anche a stratagemmi hardware che riducono il consumo di batteria. Oggi Google Now – grazie all’integrazione dei dati di ricerca, calandario, gmail e maps – è in grado di prevedere cosa ci serve di sapere, prima ancora che lo chiediamo. Col nuovo telefono, che registra ogni nostro minimo movimento, sarà anche in grado di sapere perché facciamo certe cose: se tiriamo fuori dalla tasca il telefono, già saprà se è per fare una foto o una telefonata.
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Una scarpa da basket posta da sola su Facebook e Twitter gli aggiornamenti sulla propria vita ai piedi di un campione, consentendo ai suoi fan di seguirne le vicissitudini ed inviare commenti. È una delle idee su cui sta lavorando Google, per cambiare ancora una volta, e in modo radicale, il mercato della pubblicità, che oggi compre l’87 per cento dei suoi ricavi, ma che rischia anche di essere presto messo in crisi dal mobile web e dalle sempre più diversificate forme di fruizione dei contenuti. Il lucrativo mercato degli annunci testuali, che accompagnano i risultati delle ricerche Google, col mobile si indebolisce parecchio, perché sul display dello smartphone c’entrano pochi annunci, e il suo utilizzatore è molto più focalizzato, nelle azioni che compie.

La pubblicità mono-direzionale come l’abbiamo sempre conosciuta, anche sul Web, funziona sempre meno, perché ormai è il momento di “creare esperienze“, come sostiene Edward Boches, docente di pubblicità alla Boston University. È per questo, che Google ha creato Art, Copy & Code, un esperimento per dare vita a nuovi format pubblicitari, come quello della scarpa parlante. Si fa ricorso, in quel caso, ad oggetti connessi in rete, dando così ancora più forma alla internet delle cose. Il software in questione usa tecnologie come un accelerometro, un giroscopio e il Bluetoooth, per tradurre i movimenti dell’atleta in divertenti e motivanti commenti in tempo reale. Pubblicati su Google+, ovviamente.

In questo esperimento ci sono molti elementi del Web che avanza: una relazione sempre più stretta tra il mondo fisico e quello digitale, così come tra il corpo umano e la Rete; l’internet delle cose; l’uso di sensori che producono un gran numero di dati da interpretare. E sfruttare commercialmente.
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Quant’è sicura la mia password? Se non te lo sei mai chiesto, prova a digitarla qui: ti dirà quanto tempo impiega un PC a craccarla. Se ci vuole qualche anno, allora per un po’ andrà bene, a meno che non ci sia qualcuno che l’ha già indovinata, per similitudine con altre password che usi. La password è il sistema di protezione oggi più usato e la sua importanza cresce sempre di più, col diffondersi di social media e cloud computing, ma crescono in egual misura le preoccupazioni per un sistema intrinsecamente inadatto, perché una password decente è sia quasi impossibile da ricordare, sia troppo lunga da gestire.

Una soluzione è quella proposta da PayPal, che assieme a Lenovo – il secondo produttore mondiale di computer – ha dato vita alla FIDO Alliance, col proposito di farla finita per sempre con le password. Il consorzio FIDO propone ai produttori di dispositivi di adottare uno standard aperto e universale, che consenta ai dispositivi stessi il riconoscimento dell’utente. Ciò può essere ottenuto, ad esempio, tramite la Trusted Platform Module (TPM), un chip per la crittografia già presente in molti computer e tablet, ma poco sfruttato. Tale sistema potrà essere usato, se l’adesione dei produttori sarà ampia, anche in abbinamento ad una classica password.

La soluzione proposta da Google è diversa. Pur utilizzando l’autenticazione a due fattori (o ”strong authentication”), quella che comporta l’invio di un codice temporaneo via SMS in aggiunta alla password, in un recente paper, la ritiene poco sicura. Perciò propone l’uso di speciali chiavette USB, che non richiederebbero lo scambio di dati in rete. Le chiavette potrebbero essere sostituite anche da smartphone, anelli o altri gioielli. In questo caso, però, richiederebbero l’uso della NFC, una tecnologia dagli esiti ancora assai incerti.
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Siamo sempre più multi-schermo: il tempo speso coi media lo passiamo quasi tutto di fronte ad uno schermo – computer, smartphone, tablet e TV – scegliendo il dispositivo in base al contesto nel quale ci troviamo. L’interazione multi-schermo avviene secondo due modalità: sequenziale, quando passiamo da uno schermo all’altro, o simultanea, quando ne usiamo più di uno contemporaneamente. Tipica della fruizione sequenziale è la ricerca di informazioni, mentre è la TV, che domina lo scenario della simultaneità, riuscendo sempre meno a catturare per intero la nostra attenzione. Gli smartphone sono il fulcro di questo panorama, risultando il punto di partenza più frequente. Tutto ciò ci dà la sensazione di usare il nostro tempo in modo più efficiente. Sono i risultati di uno studio condotto da Google“The New Multi-screen World”, che pensiamo sia molto utile a chi progetta siti Web.

Le conseguenze per la progettazione dei siti non sono da poco:

  1. Nel marketing, la distinzione tra “digitale” e “tradizionale” ha sempre meno senso, perché il 90% delle nostre interazioni mediatiche passa per degli schermi, per cui ciò che serve è capire come gli utenti interagiscono con ciascuno dei media digitali.
  2. Gli utenti scelgono quale dispositivo usare in base al contesto. Per cui, il sito dovrebbe rispecchiare i fabbisogni tipici di ciascun dispositivo, ma anche gli obiettivi di conversione dovrebbero essere adattati a ciascuna situazione specifica.
  3. Il prevalere dell’uso sequenziale, da un dispositivo all’altro, rende imperativo consentire agli utenti di conservare i progressi compiuti nel passaggio tra dispositivi, come ad esempio i prodotti salvati nel carrello o le informazioni tracciate durante il log-in, così come la possibilità di auto-inviarsi tali progressi per email.
  4. Gli utenti fanno affidamento primariamente sulla ricerca, pertanto bisogna curare bene la coerenza delle keyword per tutti i dispositivi, in modo che il marchio emerga sempre nello stesso modo.
  5. Durante l’uso simultaneo, i contenuti visti su uno schermo possono innescare azioni su un altro, pertanto le aziende non dovrebbero limitare gli obiettivi di conversione o i pulsanti “call to action” al dispositivo scelto per il primo approccio.
  6. Per la maggior parte del tempo che guardiamo la TV, usiamo anche un altro schermo. La TV è un potentissimo veicolo per messaggi che comportano poi azioni negli altri dispositivi: bisogna tenerne conto nelle strategie di marketing.
  7. I modi di comprare on line differiscono, tra un dispositivo e l’altro, per cui l’esperienza di ricerca del prodotto e quella di acquisto vanno progettate tenendo conto delle specificità di ogni device.
  8. Lo smartphone è la spina dorsale del nostro consumo mediatico quotidiano, l’oggetto usato di più nell’arco della giornata, oltre che il punto di partenza più frequente per la fruizione multi-schermo. Per cui andare sul mobile è un imperativo ineludibile.

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Il personal computer sarebbe destinato ad estinguersi presto, come mezzo di accesso ad internet, per lo meno per gli usi domestici. Lo rivela un’interessante presentazione di Business Insider, che mette insieme una serie ampia di dati statistici.

Le prove a favore di questa tesi sono legate innanzi tutto alle vendite. Da quando è comparso l’iPad sul mercato, i PC non sono più cresciuti, cannibalizzati dai tablet. La piattaforma Microsoft/Intel è crollata, come market share, specie a vantaggio di Android. Le intenzioni di acquisto dei tablet sono il doppio, rispetto ai PC, tanto che si prevede il sorpasso già nel 2015.

Se si guarda allo stato di salute dei maggiori player, domina chi ha saputo cavalcare meglio il mobile. Gli affari di Apple vanno a gonfie vele. Google, oltre a non avere rivali nelle ricerche e nella pubblicità, domina il market share delle piattaforme mobili. Samsung e Facebook sono sempre più in crescita. Attori come Yahoo! sono invece in declino, mentre i destini di Microsoft sono molto incerti.

Ma il declino del PC, a favore dei dispositivi mobili, riguarda solo gli usi domestici, perché in ufficio sono ancora i computer, a prevalere.

C’è ovviamente chi non è d’accordo. Erik Kain, ad esempio, su Forbes sostiene che si estingueranno solo i computer come li conosciamo oggi, perché verranno sostituiti da interfacce completamente diverse, con schermi trasparenti, flessibili, indossabili, eccetera. Chi ha maggiori possibilità di successo, in tale scenario, sarebbe proprio Microsoft, con suo Windows 8, il primo sistema operativo progettato per adattarsi a qualsiasi piattaforma. Per sapere chi ha ragione, non bisognerà aspettare molto.
Link utili su questo argomento e presentazione di Business Insider

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Il posizionamento tra i risultati di ricerca di Google è la maggior preoccupazione per chiunque gestisca un sito Web, specie se di tipo commerciale. Google aggiorna continuamente l’algoritmo applicato alle ricerche, basato sul PageRank, e recentemente rivoluzionato con l’avvento di Google Panda, la nuova release che premia i siti di qualità e punisce i parassiti del Web, che solo nel 2012 è stata aggiornata ben 14 volte.

Ecco di seguito una sintesi dei consigli che dà Google stessa, la quale raccomanda, comunque, di non concentrarsi tanto su questo o quell’aspetto che possano influire sull’algoritmo, quanto sulla qualità dei contenuti del sito.

  • Un sito che piace a Google contiene articoli per niente superficiali; anzi, scritti da persone appassionate e/o competenti in materia, che forniscano valore aggiunto, a confronto con le altre pagine risultanti dalla stessa ricerca..
  • È molto importante che il sito non abbia contenuti duplicati e/o pagine che differiscono tra loro solo di pochissimo.
  • Il sito deve infondere fiducia al punto che l’utente sia disponibile a fornire il proprio numero di carta di credito o a consultarlo per informazioni riguardanti la propria salute.
  • I testi non devono contenere errori d’ortografia, né informazioni inattendibili, né troppo superficiali.
  • Gli argomenti scelti devono essere quelli di reale interesse dei lettori del sito, e non inseriti solo per migliorare il posizionamento.
  • Il sito deve fornire contenuti originali, mai ovvi; anzi, col giusto grado di approfondimento.
  • Se un argomento può essere considerato da più punti di vista, è opportuno non presentarne uno solo ed essere in più possibile esaustivi.
  • Il sito deve poter essere considerato una fonte autorevole sulle materie che tratta.
  • Le pagine devono essere interessanti al punto che sorga il desiderio di condividerle con altri o quanto meno salvarle tra i preferiti.
  • Non deve assolutamente esserci troppa pubblicità, che distragga dai contenuti del sito.
  • Le pagine devono essere realizzate con grande attenzione ai dettagli.

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