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Creative Commons a vessel ideasCreative Commons ha rilasciato le nuove licenze 4.0, la cui caratteristica principale è quella di adattarsi particolarmente alla pubblicazione di big data e open data in genere, specie nell’ambito dell’Unione Europea, dove esiste una regolamentazione specifica sui diritti d’uso dei database. Le licenze 4.0 sono dunque pensate per i governi e gli  altri soggetti interessati a pubblicare informazione detenuta dal settore pubblico (PSI) e dati in genere. Tra le novità, ci sono una maggior leggibilità, un’attribuzione “di buon senso“, e un nuovo meccanismo che permette a chi violi la licenza inavvertitamente di riguadagnare automaticamente i propri diritti se la violazione è sanata in modo tempestivo.

Ricordiamo che le licenze Creative Commons sono delle forme contrattuali standard, di comprensibilità semplificata, che consentono ad artisti, giornalisti, docenti, istituzioni e altri creatori di pubblicare le proprie opere senza copyright, ma con alcune limitazioni, come ad esempio l’obbligo di indicare l’autore o il divieto di utilizzare l’opera per scopi commerciali.

Il nuovo testo, a differenza dei precedenti, è valido a livello internazionale e non richiede adattamenti – a parte la lingua – per i singoli ambiti legislativi. È frutto di due anni di lavoro da parte di centinaia di volontari qualificati di tutto il mondo ed è in corso di traduzione dall’inglese. È comunque già oggi utilizzabile anche in Italia. Ecco di seguito la lista delle principali novità.

  1. Validità internazionale di una stessa licenza.
  2. Estensione dei diritti d’uso anche ad altri elementi non esplicitamente indicati nella licenza, per risolvere specialmente la questione dei diritti sui generis relativi ai database, che sono quei diritti, tipici dell’Unione Europea, che i creatori dai database hanno di proibire l’estrazione e il riuso di porzioni significative dei database stessi, ostacolando così la diffusione di big data e open data.
  3. Attribuzione di “buon senso”, cioè possibilità di soddisfare i requisiti d’attribuzione (il vincolo tipicamente chiesto dagli autori) semplicemente con un link ad una pagina separata nella quale è indicata l’attribuzione, come già avveniva diffusamente nella prassi.
  4. Possibilità di anonimato: ora gli autori possono chiedere che l’attribuzione a se stessi non venga menzionata.
  5. Possibilità di “sanare” le violazioni entro 30 giorni, senza conseguenze successive.
  6. Migliore leggibilità, grazie a testi più brevi e comprensibili.
  7. Maggiore chiarezza sulle possibilità di effettuare adattamenti dell’opera.

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Winding StaircaseNel web,  l’immagine prende sempre più il posto della parola, come abbiamo già visto, e così, chi realizza siti, ha un bisogno quotidiano di immagini da utilizzare. Ma deve farlo in modo legale e, molto spesso, con un budget limitato.

Prelevare le immagini dagli altri siti, dopo averle individuate con Google Immagini, raramente è la soluzione giusta, perché c’è un punto su cui la nostra legge è molto chiara: su qualsiasi opera, di qualsiasi natura, il copyright si applica automaticamente, anche se non è specificato.

Per usare un’immagine individuata su un altro sito, dunque, è necessario un permesso scritto, oppure l’acquisto, se la foto è in vendita.

Opzione 1: comprare le foto

Per acquistare foto online esiste il vasto mondo delle fotografie stock, ovvero banche dati di immagini (sia foto, sia illustrazioni), ricercabili per parole chiave, realizzate da professionisti e non. Le più grandi del mondo sono Getty Images, Corbis e Sipa Press, anche se in Italia sono più famose Shutterstock e Istockphoto, ma ce ne sono moltissime altre, dove trovare foto da un euro in su. Se le immagini sono di tipo “royalty free” non significa che siano gratuite, ma solo che non bisogna pagare qualcosa ogni volta che si usano. Il vantaggio di questo tipo di scelta è che si trovano immagini ad hoc, e di buona qualità, per qualsiasi situazione si voglia descrivere. Lo svantaggio, oltre al costo, è che quasi sempre sono immagini molto standardizzate, viste e riviste, oppure palesemente appartenenti a contesti socio-culturali diversi dal nostro. Quindi possono addirittura essere controproducenti, a meno che non ci si inventi qualcosa per renderle più interessanti, manipolandole, come in questo esempio.

Opzione 2: usare foto gratuite

Le foto sul web sono gratuite solo se palesemente specificato. Ne esistono di due tipi: quelle gratuite e basta, cioè di pubblico dominio, utilizzabili liberamente, e quelle con licenza Creative Commons, utilizzabili solo a certe condizioni: in genere, che se ne citi l’autore; in certi casi, che non se ne faccia un uso commerciale.  Per entrambi i tipi, che spesso sono mescolate, esistono una miriade di siti sui quali cercare. Anche Google Immagini consente questo tipo di ricerca, specificandolo nella voce “Diritti di utilizzo” sotto “Ricerca avanzata”, ma i risultati sono migliori utilizzando siti specifici, in genere. Un altro consiglio è di effettuare le ricerche per parole chiave in inglese: il numero di risultati è sempre molto maggiore.
Link ai siti più utili per trovare le foto

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È arrivata Web Platform Docs, la nuova piattaforma aperta che consente agli sviluppatori e ai web designer di tutto il mondo di avere un unico punto di riferimento per la documentazione tecnica. In questo modo, se l’iniziativa avrà successo, chi lavora nel Web saprà sempre dove trovare informazioni complete, attendibili e, soprattutto, standard sulle tecnologie della Rete, quali HTML5, CSS3, Javascript o SVG.

L’iniziativa, coordinata dal W3C, è sostenuta da tutti i big: AdobeAppleFacebookGoogleHPMicrosoftMozillaNokiaOpera. Ciò significa che c’è una volontà comune di accelerare l’innovazione, eliminando le possibili barriere all’affermazione di tecnologie standard e interoperabili, le uniche che finora hanno permesso lo sviluppo di internet.

Il sito di Web Platform è organizzato con modalità open source, cioè tramite tecnologia wiki e contenuti rilasciati sotto licenza Creative Commons. Oltre alla documentazione, che comprende anche tutorial per principianti, ci sono strumenti, come la chat e i forum, che consentiranno ai più esperti di scambiarsi informazioni e ai meno esperti di porre domande. Per ora non c’è moltissimo, ma siamo solo agli inizi. Save the bookmark!

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DBpedia è attualmente uno dei più importanti progetti legati al Web semantico, di cui oggi parliamo proprio per capire come internet stia evolvendo verso una dimensione più intelligente, basata sui dati collegati tra loro in modo strutturato (“Linked Open Data“).

Il progetto DBpedia consiste nella trasposizione in dati strutturati di tutto l’enorme patrimonio di conoscenze di Wikipedia, in modo che tali dati siano collegabili ad altri insiemi di dati ed utilizzabili in modo automatico dalle applicazioni. DBpedia è considerata da Tim Berners Lee (l’inventore del Web) come una delle parti più importanti proprio del progetto Linked Data, basato su RDF, il formato standard del Web semantico.

In parole povere, il formato RDF permette di “dare senso” alle informazioni, suddividendole in unità minime (“statement”), dette “triple”, ciascuna definita da 3 elementi(soggetto – predicato – oggetto) che consentono di creare relazioni con altre informazioni. Il soggetto è una risorsa, il predicato è una proprietà e l’oggetto è un valore (e quindi anche il puntamento  ad un’altra risorsa). Un esempio di tripla è ”Umberto_Eco” “è_autore_di” “Il_nome-della_rosa”.

Lo stato dell’arte di DBpedia è il seguente: a settembre 2011 (ultimi dati disponibili) comprendeva più di 3.64 milioni di elementi, 1.83 milioni dei quali classificati in un’ontologia consistente, incluse 416.,000 persone, 526.000 luoghi, 106.000 album musicali, 60.000 film, 17.500 videogiochi, 169.000 organizzazioni, 183.000 specie animali e 5.400 patologie. Il tutto in 97 lingue e con link a 6,2 milioni di link ad altri dataset. Questi ultimi comprendono, tra gli altri,  GeoNames (il database con oltre 10 milioni di nomi geografici), il Progetto Gutenberg (una biblioteca con i testi dei libri di pubblico dominio), Musicbrainz (enciclopedia della musica), il CIA World Fact Book, eccetera, oltre a numerosi dataset ontologici che consentono di creare correlazioni tra i vari domini di conoscenza. Tutto in licenza Creative Commons.

Anche in Italia, naturalmente, sta crescendo DBpedia, con oltre 1 milione di entità estratte da Wikipedia in lingua italiana e nell’ambito del progetto Linked Open Data Italia. Quest’ultimo comprende, per ora, qualche dataset di un certo rilievo, come Dati.camera.itMusei Italiani e Scuole Italiane.

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Apple ha aperto nuovi scenari, con la decisione di abbandonare Google Maps, all’interno di iPhoto per iOS, a favore di OpenStreetMap (OSM), il progetto open source, simile a Wikipedia, che si propone di creare, in tutto il mondo, mappe a contenuto libero con licenza Creative Commons. Ed è anche significativo l’interesse suscitato da una app come MapFactor Navigator (qui recensita da Wired.it), il navigatore per Android basato su OpenStreetMap, che consente di farsi guidare anche offline.

OSM si basa su dati geografici rilasciati con licenza libera Creative Commons (Attribution-ShareAlike 2.0), che chiunque perciò può usare liberamente, col solo vincolo di citare la fonte e usare la stessa licenza per eventuali lavori derivati. Tutti, se registrati, possono contribuire, arricchendo o correggendo i dati e caricando nei database del progetto tracce GPS e modificare i dati vettoriali usando gli editor forniti. Le mappe sono create usando come riferimento i dati registrati da dispositivi GPS portatili, fotografie aeree ed altre fonti libere, oltre a donazioni, tra cui quelle da parte di Yahoo! e di Microsoft. I rilievi sul territorio vengono effettuati da volontari (“mappatori”), tipicamente in bicicletta. I dati di OpenStreetMap sono disponibili in un numero sempre crescente di siti ed in differenti formati (v. elenco su Wikipedia)

La decisione, a marzo scorso, di far pagare l’utilizzo delle Google Maps nelle pagine che superino le 25 mila viste mensili, sta spingendo molti a trovare delle alternative. Oltre ad Apple – e a Bing che usa queste mappe per i suoi risultati – anche Foursquare e Wikipedia hanno deciso di passare a OSM.

Per gli sviluppatori, il vantaggio è di poter disporre di una base cartografica utilizzabile gratuitamente per qualsiasi sito o app, anche commerciale. Per farlo, è necessario creare un server GIS (tramite software come ArcGis, in versione gratuita con restizioni o a pagamento), che scarica da OSM i dati della porzione di territorio necessaria ed alla scala più appropriata, per renderli disponibili alla app del caso. Se si tratta solo di visualizzare mappe sui siti, però, è tuttora più semplice ricorrere dalla vecchia cara Google Maps.

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Google ha annunciato ieri di aver messo a punto nuove regole per la privacy, finalizzate, da un lato, ad una maggiore chiarezza e, dall’altro, ad una maggiore integrazione dell’esperienza utente tra le varie applicazioni (soprattutto Search, Gmail, YouTube, Calendar). La chiarezza, innanzi tutto, che significa anche maggiore trasparenza. Dai circa 70 documenti sulla privacy, che coprivano tutti i vari servizi, si è passato ad uno solo, sulla scorta di quella trasparenza basata sulla brevità che è stata il punto di forza di iniziative come le licenze Creative Commons.

I maggiori cambiamenti ci saranno per chi accede al web con un account Google, poiché verranno combinate le informazioni fornite usando i diversi servizi. Google ci conosce bene, e perciò vuole darci risposte più appropriate. Ad esempio, se cerchiamo “jaguar” (v. figura), sa già se intendiamo l’animale o l’automobile. Inoltre ha appena incluso, tra i risultati delle ricerche, le preferenze espresse dai nostri amici tramite il servizio Google+. Se sa che abbiamo un appuntamento segnato in Calendar, siccome conosce anche la nostra posizione, ci manderà un avviso, nel caso ci sia traffico e potremmo fare tardi. I suggerimenti ortografici, inoltre, terranno conto delle parole che usiamo, ad esempio i nomi di persona.

Infine le rassicurazioni: Google non rinnega la propria natura e perciò continuerà a facilitare l’esportazione dei propri dati a chi vorrà andarsene altrove, a non vendere né condividere con alcuno le informazioni personali degli utenti, così come a preseguire la trasparenza.

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