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tablet androidIl predominio di Android e Apple iOS nel mobile, unito alla tendenza dei consumatori a dotarsi sempre più di tablet, anziché di personal computer, rende sempre più arduo fare previsioni sul futuro del mercato e in particolare di Microsoft. Chi lavora in ambito IT si chiede quanto durerà ancora il predominio di Windows e su quali piattaforme conviene puntare. Un punto essenziale riguarda gli strumenti di produttività, perché i tablet sono dispositivi pensati per navigare e inviare messaggi, non per lavorare sui documenti. Di recente abbiamo visto come Office sia sempre più minacciato da piattaforme come iWork di Apple o Drive di Google. Ora c’è qualcuno che ha verificato a quali condizioni un tablet Android può essere utilizzato come un Pc per il lavoro d’ufficio.

I vantaggi del tablet, rispetto a un laptop, non mancano di certo: è più veloce, più leggero e trasportabile, la batteria dura molto di più, è più sicuro rispetto ai malware, consente di concentrarsi meglio sul lavoro. Ma ecco a quali condizioni si può usare per lavorare.

  1. La prima condizione è avere uno schermo abbastanza grande per lavorare con le finestre: almeno 10 pollici.
  2. Poi servono mouse e tastiera. Per le periferiche bluetooth Android ha il supporto nativo, mentre quelle USB richiedono un adattatore USB OTG.
  3. Sul lato software, è necessario poter lavorare in multitasking con diverse finestre aperte contemporaneamente. Ciò è possibile tramite app che lavorano a finestre, come il browser OverSkreen, la suite Tiny Apps o Quickly.
  4. Avere accesso a un desktop Windows può sempre servire: in tal caso, ci vuole una app per il remote desktop, come Microsoft Remote Desktop o altri.
  5. Infine serve un software di produttività, e ce ne sono di parecchi, compresi quelli cloud come Google Drive e Office 365, ma per la formattazione e l’interscambio di documenti complessi è difficile sostituire in pieno un Pc con Microsoft Office. A giugno scorso è uscito Microsoft Office Mobile per iPhone. Avanti con le scommesse.

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flickr-4711241023Potrebbe essere un duro colpo, per Microsoft, la decisione di Apple di rendere disponibile gratuitamente, su iPhone e iPad, iWork, la propria suite di produttività per ufficio, alternativa ad Office. Attualmente, Microsoft è impegnata in un coraggioso quanto impegnativo processo di transizione, che la sta trasformando da produttrice di software in player globale a tutto tondo – sul modello di Apple e Google – che include, nella propria offerta, hardware, software, servizi cloud e contenuti. Lo ha confermato la recente acquisizione di Nokia.

Attualmente è sotto gli occhi di tutti il gigantesco spostamento del tempo speso dagli utenti dai computer verso dispositivi mobili, come smartphone e tablet.

La questione è quale soluzione software prevarrà, per la gestione su mobile di documenti di testo, fogli di calcolo e presentazioni, perché la stragrande maggioranza degli utenti sceglie dispositivi Android (40% secondo StatCounter) o Apple iOS (23%) – per i quali non è disponibile Microsoft Office. Sembra dunque che la volontà di Microsoft di spingere sul proprio sistema operativo per mobile – che ha ancora un market share di appena il 2% – si stia rivelando controproducente proprio, per quello che attualmente è il suo maggior punto di forza: la suite Office.

La forza di Office sta nel suo essere multi-piattaforma, essendo presente anche sul sistema operativo usato dagli iMac. Ma ora iWork sarà accessibile anche da qualsiasi browser, avendo Apple annunciato l’intenzione di renderlo disponibile su iCloud, la propria piattaforma cloud. La forza di iWork sta nell’essere più user-friendly, rispetto ad Office, il quale, peraltro, non è ancora ottimizzato per il touch. Inoltre, incombe la presenza di Google Drive, l’altra suite per ufficio, nata direttamente su cloud, e perciò universalmente disponibile. E nuovi scenari potrebbero essere aperti dal recente lancio delle Web Apps di Google, che si sganciano da Chrome per essere utilizzate come applicazioni autonome su qualsiasi sistema operativo.
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google apps sphereGoogle sta vivendo un cambiamento radicale: ha ancora, come missione, quella di “organizzare l’informazione mondiale“, ma è consapevole della necessità di uscire dal web – l’ambito nel  quale ha creato la propria fortuna – per interessarsi ai modi concreti in cui l’informazione arriva alle persone. In altre parole, all’hardware. Il suo rivale principale, Apple, è vincente proprio nella stretta integrazione tra hardware e software, ma Google – nonostante la recente acquisizione di Motorola e il lancio di Nexus 7, il tablet da 7 pollici – sta andando in una direzione diversa: portare microprocessori ovunque sia possibile.

I Google Glass e Chromecast ne sono degli esempi. Ma la forza della penetrazione di Google sta nel fatto che il suo sistema operativo, Android – essendo open source, e quindi largamente adottato dagli sviluppatori di tutto il mondo – sta diventando il sistema operativo di default dell’internet delle cose, la dimensione emergente nella quale un numero crescente di dispositivi è dotato di una propria intelligenza e un collegamento alla Rete. È un futuro nel quale nuovi dispositivi creeranno un enorme flusso aggiuntivo di dati. Da dare in pasto a Google, naturalmente.

In questo contesto si colloca anche Moto X, il telefono che Motorola lancerà ad ottobre, il quale mira a spingere ai massimi limiti la personalizzazione dei servizi, oltre che l’intrusione nelle vite private. Moto X sarà la più grande concentrazione di sensori mai vista, in un dispositivo ad uso personale, grazie anche a stratagemmi hardware che riducono il consumo di batteria. Oggi Google Now – grazie all’integrazione dei dati di ricerca, calandario, gmail e maps – è in grado di prevedere cosa ci serve di sapere, prima ancora che lo chiediamo. Col nuovo telefono, che registra ogni nostro minimo movimento, sarà anche in grado di sapere perché facciamo certe cose: se tiriamo fuori dalla tasca il telefono, già saprà se è per fare una foto o una telefonata.
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dropbox datastoresOgni giorno vendono salvati un miliardi di file su Dropbox, la piattaforma che è ormai diventata lo standard multi-piattaforma dell’archiviazione e sincronizzazione di documenti. Ora l’azienda californiana fa un balzo in avanti e propone agli sviluppatori una tecnologia per sincronizzare le applicazioni tra più piattaforme, in modo tale da consentire all’utente di avere un’unica, fluida esperienza, nel passaggio da un sistema operativo e da un dispositivo all’altro, riprendendo l’attività (ad esempio un gioco) esattamente dallo stesso punto. Grazie alle Datastore API, per il momento in versione beta, gli sviluppatori possono far sì che le versioni iOS e Android delle proprie app si sincronizzino, sfruttando la capacità di Dropbox di salvare e sincronizzare i dati online, un’operazione compiuta, in questo caso, su gli insiemi strutturati di dati gestiti dalle applicazioni, anziché solo sui file.

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multipiattaformaPer chi sviluppa applicazioni per il mobile, il problema maggiore deriva dalla frammentazione del mercato, che costringe a sviluppare per più sistemi operativi: Android (48% di penetrazione in Italia ad aprile), iOS (41%), Windows (5%) e altri. Perciò è sempre forte la tentazione di disporre di un unico tool di sviluppo multipiattaforma, puntando magari sulla trasversalità dell’HTML5. E il mercato ne offre diverse, di possibilità.

Ma i problemi che lo sviluppo multipiattaforma comporta sono maggiori delle soluzioni che offre, a quanto pare.

“Includere pagine web in un contenitore non è la soluzione” – spiega Dermot Daly, fondatore di Tapadoo, azienda leader nello sviluppo di app per il mobile – “ma un compromesso, che lascia scontenti sia gli utenti Apple, sia quelli Android“. I primi si vedono tipicamente replicati i comandi di navigazione dell’iPhone, ma incompleti, gli altri devono usare comandi coi quali non hanno famigliarità. Ma non solo. “Non siamo più ai tempi in cui uno usava il PC Windows in ufficio e il Mac a casa, per cui poteva far comodo avere una stessa applicazione per entrambe le piattaforme”, continua Daly. “Col mobile, ciascuno usa solo il sistema operativo del dispositivo di cui dispone e quell’esperienza d’uso dev’essere ottimale”. Quando si cerca la soluzione multipiattaforma, si deve rinunciare a tutte le caratteristiche peculiari di ciascun sistema operativo e ciò rende le app molto meno interessanti e utili di quanto potrebbero essere. “Apple, Microsoft e Google: ciascuna fa del proprio meglio per rendere accattivante il proprio sistema . Quale tool o Javascript saprebbe fare meglio?”, si chiede lo sviluppatore irlandese. La risposta è chiara: solo sviluppando una app per ciascun sistema operativo si può ottenere il massimo della velocità e il meglio delle caratteristiche offerte dagli attuali terminali.
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Il personal computer sarebbe destinato ad estinguersi presto, come mezzo di accesso ad internet, per lo meno per gli usi domestici. Lo rivela un’interessante presentazione di Business Insider, che mette insieme una serie ampia di dati statistici.

Le prove a favore di questa tesi sono legate innanzi tutto alle vendite. Da quando è comparso l’iPad sul mercato, i PC non sono più cresciuti, cannibalizzati dai tablet. La piattaforma Microsoft/Intel è crollata, come market share, specie a vantaggio di Android. Le intenzioni di acquisto dei tablet sono il doppio, rispetto ai PC, tanto che si prevede il sorpasso già nel 2015.

Se si guarda allo stato di salute dei maggiori player, domina chi ha saputo cavalcare meglio il mobile. Gli affari di Apple vanno a gonfie vele. Google, oltre a non avere rivali nelle ricerche e nella pubblicità, domina il market share delle piattaforme mobili. Samsung e Facebook sono sempre più in crescita. Attori come Yahoo! sono invece in declino, mentre i destini di Microsoft sono molto incerti.

Ma il declino del PC, a favore dei dispositivi mobili, riguarda solo gli usi domestici, perché in ufficio sono ancora i computer, a prevalere.

C’è ovviamente chi non è d’accordo. Erik Kain, ad esempio, su Forbes sostiene che si estingueranno solo i computer come li conosciamo oggi, perché verranno sostituiti da interfacce completamente diverse, con schermi trasparenti, flessibili, indossabili, eccetera. Chi ha maggiori possibilità di successo, in tale scenario, sarebbe proprio Microsoft, con suo Windows 8, il primo sistema operativo progettato per adattarsi a qualsiasi piattaforma. Per sapere chi ha ragione, non bisognerà aspettare molto.
Link utili su questo argomento e presentazione di Business Insider

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Cosa ci dobbiamo aspettare, nel corso del 2013, dal mondo del Web? Grandi cambiamenti sono in corso ed altri, non meno importanti, si verificheranno nei prossimi mesi, sconvolgendo gli equilibri consolidati e facendo emergere nuovi protagonisti. Ecco per voi le previsioni di Web Watching.
Leggi l’oroscopo 2012 delel tecnologie e dei servizi Web

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Il momento dei fan di Android è arrivato. Il più che annunciato sorpasso su iOS, il sistema operativo degli iPhone e degli iPad, viene trionfalisticamente spiegato in questa infografica appena pubblicata, che ci mostra come, per i dispositivi mobili, stia avvenendo ciò che avvenne per i computer, ai tempi della battaglia tra il DOS di Microsoft e il Macintosh della Apple: la prevalenza del sistema multi-piattaforma, su quello basato su un unico produttore.

Le differenze ci sono, però: Apple sta facendo lo stesso un sacco di soldi, e detta legge sul mercato, come dimostra anche la recente vicenda dei pagamenti basati su Nfc.

Inoltre c’è un terzo competitor, Microsoft, che in teoria sarebbe molto forte, ma per ora non riesce proprio a tirare fuori numeri che valga la pena raccontare.

Guarda l’infografica tradotta in italiano

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A differenza di quanto avveniva quando le applicazioni giravano solo sui computer, oggi i dispositivi in uso nel mondo hanno una maggiore pluralità di sistemi operativi, ma c’è un linguaggio che ha la compatibilità con tutti: l’HTML5. Ciò nonostante, optare per l’HTML5 non è una scelta scontata, altrimenti Mark Zuckerberg non avrebbe detto che puntare sull’HTML5, per Facebook, è stato un errore,che ha fatto loro solo perdere due anni di tempo.

Quando si parla di applicazioni native, s’intende di solito una versione per iOS e una per Android. Di Blackberry se ne parla sempre meno e Windows Mobile rappresenta ancora una grande incognita, per quanto riguarda il mercato.

Le applicazioni native hanno il vantaggio di essere più veloci (mediamente del 10-15%). Ma è anche vero che la velocità dei processori aumenta continuamente. Il costo è sicuramente maggiore, perché bisogna fare una versione per ogni sistema operativo e, in generale, richiedono più tempo. Ma come resa, è più facile ottenere applicazioni accattivanti.

L’HTMl5 è la soluzione più economica, perché con un’unica attività di sviluppo, si realizzano applicazioni buone per tutti i sistemi operativi, sia desktop che mobile. L’handicap è di essere un po’ meno performante.

Freddy May, su .net magazine, fa notare come il fenomeno delle app, finora di esclusivo appannaggio del mondo consumer, stia sempre più interessando l’ambito business, o B2B. Per le aziende, i tempi sono un fattore cruciale, ragion per cui, nel mondo business, l‘HTML5 può diventare uno strumento di grande valore strategico. Fatta questa scelta, bisogna essere coerenti fino in fondo, e non cercare di sviluppare app in HTML come se fossero native, col rischio di rallentare tutto. Freddy ci consiglia perciò di evitare lunghe liste da scorrere, effetti di transizione e animazioni. Il codice nativo diventa invece la scelta migliore “quando si punta su una singola app in ambito consumer, decisiva per il futuro della propria attività”.

Un altro commentatore, Craig Buckler, su SitePoint, punta l’indice sul fattore sicurezza: secondo un’indagine di Bit9, il 26% delle applicazioni native accede ai dati personali dell’utente, per compensare gli scarsi ricavi di modelli, come ad esempio quello di Android, nei quali la maggior parte delle app è gratuita. Ma questo è più un problema per gli utenti – e per le aziende nelle quali lavorano – che per gli sviluppatori.

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Botiful, una sorprendente invenzione per la telepresenza, che cerca finanziamenti “dal basso”, mostra i primi segni di un’inversione di tendenza: la creatività dei progettisti di hardware e di software comincia a spostare il centro dell’attenzione da iOS verso Android, anche per sfruttare la maggiore apertura della piattaforma che fa capo a Google. In attesa della madre di tutte le battaglie: quella contro Windows 8.

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