facebook connectFacebook Connect è la tecnologia che consente agli utenti di effettuare il login ai siti usando le proprie credenziali Facebook, ed evitare così la registrazione e dunque la necessità di memorizzare nomi utente e password. Si stima che venga utilizzata da circa un quarto dei siti nel mondo. Dal punto di vista tecnico, è facile implementarlo, perché si basa su una particolare libreria Javascript rilasciata da Facebook - JavaScript SDK – basata su FBML, una estensione del linguaggio XHTML, disponibile per tutte le piattaforme, che consente  agli sviluppatori di inserire sulle pagine di un sito degli elementi dinamici, come pulsanti, form, elementi multimediali e molto altro. La privacy è assicurata da OAuth, un protocollo aperto che garantisce ai service provider l’accesso da parte di terzi ai dati degli utenti, proteggendo al contempo le loro credenziali.

I vantaggi

Per l’utente, il vantaggio principale è dato dalla semplicità: non deve creare un nuovo account, sottostando alla relativa procedura di conferma, né memorizzare (o rischiare di farsi rubare) la relativa password, migliorando così la propria esperienza d’uso. Inoltre, è più facile fidarsi, se deve entrare in un sito di cui non conosce il marchio.

Per il sito, evitare la registrazione significa non perdere quella quota di utenti che abbandona a causa dell’obbligo di registrarsi (pare siano un quarto del totale). Inoltre,  gli utenti così loggati possono condividere coi propri amici Facebook i contenuti del sito stesso. Almeno in teoria, perché poi la maggior parte degli utenti, in realtà, non lo fa. Potendo poi accedere al profilo personale dell’utente, oltre a conoscere dati come l’email, il sito può proporre contenuti, prodotti ed offerte ad hoc, in base alle sue caratteristiche.

Gli svantaggi

Per l’utente, il limite principale è costituito dal fatto che il sito di destinazione può accedere ad una parte di propri dati personali presenti su Facebook. Quest’ultimo può sapere, a sua volta, cosa l’utente fa nei vari siti, ma solo se decide, ogni volta, di condividerli.

Per il sito, il problema principale sta, a nostro parere, nella perdita di controllo: si affida un asset chiave del proprio sito ad un soggetto terzo, il quale può cambiare le condizioni o perdere l’utente. C’è anche lo svantaggio della scarsa accuratezza dei dati, a causa dei molti che si registrano a Facebook sotto falso nome o pseudonimo, o che non usano veramente Facebook. Inoltre, molti utenti configurano in modo restrittivo l’accesso ai propri dati personali, oppure non amano condividere proprio tutto di ciò che fanno online. Per non parlare del fatto che non tutti stanno su Facebook. Per alcuni, associare il logo Facebook al proprio può risultare negativo, qualora Facebook faccia qualcosa che la renda impopolare.

Le alternative

Oltre a Facebook, è possibile accettare il Single Sign-On (autenticazione condivisa) anche da altri network, come Google, Twitter o Linkedin. Ciascuno con le proprie peculiarità. Oppure con OpenID, su cui torneremo.

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[L'immagine iniziale è tratta dal sito Online Privacy]

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boostrap layoutScrivemmo su questo sito che il Responsive Web Design ha bisogno di tre elementi, per rendere le pagine web adattabili ai diversi tipi di schermi: il media query, la griglia e le immagini fluide, oltre ad un approccio progettuale “mobile first“, che aiuti ad evidenziare gli elementi su cui puntare prioritariamente.

La griglia, in particolare, è un elemento ormai irrinunciabile, e il suo funzionamento è assai semplice. Si tratta di creare una struttura di base della pagina, basata su 12 colonne (ma il numero, di solito multiplo di 3, può variare), tra loro distanziate da una larghezza fissa. Tutti gli elementi grafici vengono progettati come multipli della colonna. Il CSS di base supporta le colonne, perché dimensiona gli elementi (1 colonna  2 colonne, ecc.) in base a determinate condizioni che si verificano (dimensioni dello schermo, suo orientamento), grazie al media query, o ad altre regole stabilite a priori.

Sul web esistono molte griglie già pronte (v. link), da usare come base per realizzare, praticamente senza vincoli, qualsiasi tipo di layout, su qualsiasi CMS. Con pochissimi e semplici comandi, è possibile creare il layout per un sito responsive in pochi minuti. Una volta adottata la griglia, essa poi va mantenuta per tutti i tipi di pagina del sito.

Tra i framework già pronti, il più noto è Bootstrap, inizialmente sviluppato all’interno di Twitter o ora il più popolare progetto su GitHub. Bootstrap  consiste in una raccolta di strumenti per creare siti e applicazioni web. Contiene template basati su HTML e CSS, così come elementi d’interfaccia (moduli, bottoni, ecc.) ed estensioni Javascript.

Adottare Bootstrap non significa vincolarsi ad una tecnologia particolare, perché è applicabile a qualsiasi CMS, né a specifici modelli grafici o template, perché, con le sue 12 colonne di base, consente di non porre alcun limite alla progettazione di siti veramente “responsive”.

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responsive web designIl Responsive Web Design è un paradigma di progettazione dei siti che, pur non avendo ancora compiuto tre anni, riscuote un successo senza rivali, tra i designer del Web. Com’è noto, consente di adattare il layout della pagina alle dimensioni dello schermo, nel momento viene visualizzata. Ma ciò non tiene necessariamente conto dei diversi comportamenti degli utenti, in base al dispositivo utilizzato. Infatti, decidere di nascondere alcuni elementi della pagina pensata per il desktop, quando viene vista con lo smartphone, potrebbe non soddisfare le esigenze di chi consulta il sito camminando per strada, anziché standosene seduto alla scrivania dell’ufficio, oppure di chi guarda lo stesso sito sulla TV, sbracato sul divano.

Per l’esperto di User Experience Rahul Lalmalani, va valutato, caso per caso, di cosa può avere bisogno l’utente, non solo in base al dispositivo, ma anche alla tipologia di sito. Ecco di seguito alcuni esempi.

  • In un sito di news, l’home page in versione desktop può contenere parecchi elementi: un carosello coi titoli principali, gli articoli raccomandati, i titoli principali delle diverse rubriche, eccetera. Ma l’utente mobile ha giusto il tempo dai dare un’occhiata, perciò può essere sufficiente presentargli solo il titolo principale e il menu delle diverse sezioni, affinché si renda conto, quanto meno, del tipo di contenuti cui può avere accesso.
  • Nel sito di un ristorante, la versione per PC o per TV mostra immagini ad alta risoluzione, recensioni, feed dei tweet degli utenti, ecc. Ma chi ci va da smartphone ha bisogno di informazioni più pratiche, come il telefono, l’indirizzo, la mappa per raggiungerlo. Poi, in subordine, le recensioni.
  • In un sito di contenuti video, l’utente ha le sue playlist, i video raccomandati, quelli consigliati dagli altri utenti, eccetera. Le possibilità da smartphone sono molto più limitate, ma, in questo caso, è interessante studiare, ad esempio, come si comporta chi ne fruisce da una consolle, tipo Xbox. Nonostante le grandi dimensioni dello schermo, le possibilità di interazione, col cursore, sono molto rozze. Per cui, anche in questo caso, le funzionalità disponibili saranno ridotte all’osso.

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[L'immagine iniziale, rilasciata sotto licenza Creative Commons, è tratta dal sito deviantART]

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multipiattaformaPer chi sviluppa applicazioni per il mobile, il problema maggiore deriva dalla frammentazione del mercato, che costringe a sviluppare per più sistemi operativi: Android (48% di penetrazione in Italia ad aprile), iOS (41%), Windows (5%) e altri. Perciò è sempre forte la tentazione di disporre di un unico tool di sviluppo multipiattaforma, puntando magari sulla trasversalità dell’HTML5. E il mercato ne offre diverse, di possibilità.

Ma i problemi che lo sviluppo multipiattaforma comporta sono maggiori delle soluzioni che offre, a quanto pare.

“Includere pagine web in un contenitore non è la soluzione” – spiega Dermot Daly, fondatore di Tapadoo, azienda leader nello sviluppo di app per il mobile – “ma un compromesso, che lascia scontenti sia gli utenti Apple, sia quelli Android“. I primi si vedono tipicamente replicati i comandi di navigazione dell’iPhone, ma incompleti, gli altri devono usare comandi coi quali non hanno famigliarità. Ma non solo. “Non siamo più ai tempi in cui uno usava il PC Windows in ufficio e il Mac a casa, per cui poteva far comodo avere una stessa applicazione per entrambe le piattaforme”, continua Daly. “Col mobile, ciascuno usa solo il sistema operativo del dispositivo di cui dispone e quell’esperienza d’uso dev’essere ottimale”. Quando si cerca la soluzione multipiattaforma, si deve rinunciare a tutte le caratteristiche peculiari di ciascun sistema operativo e ciò rende le app molto meno interessanti e utili di quanto potrebbero essere. “Apple, Microsoft e Google: ciascuna fa del proprio meglio per rendere accattivante il proprio sistema . Quale tool o Javascript saprebbe fare meglio?”, si chiede lo sviluppatore irlandese. La risposta è chiara: solo sviluppando una app per ciascun sistema operativo si può ottenere il massimo della velocità e il meglio delle caratteristiche offerte dagli attuali terminali.
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jqueryL’annuncio ufficiale del rilascio di jQuery 2.0 è stato salutato con giubilo, dai programmatori di tutto il mondo, anche se non tutti potranno godere dei suoi benefici. Perché la novità principale è che, questa celebre libreria di funzioni javascript per le applicazioni web, è più leggera e perciò più veloce, ma per ottenere questo risultato, abbandona il supporto a Internet Explorer 6,7 e 8, rimanendo compatibile solo per le versioni di IE dalla 9 in poi.

Il vantaggio ci sarà soprattutto per il mobile, dove il 12%  in meno di peso si farà sentire, ma solo per chi si potrà permettere di non considerare la compatibilità con le versioni di IE precedenti la 9. Per gli altri, non cambierà molto, visto che verrà mantenuto il pieno supporto per jQuery 1.x. Nella 2.0, sarà possibile ottenere alleggerimenti ulteriori, eliminando le funzioni non utilizzate. Ad esempio, utilizzando gli effetti di animazione del CSS3, anziché le funzioni jQuery, si possono eliminare i moduli “effects”, “dimensions”, “offset”, “wrap” e “sizzle”.
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laptop byodIl personal computer perde sempre più centralità e parallelamente cresce il ricorso a terminali mobili, anche di proprietà personale, da parte di chi lavora all’interno delle aziende, portando così nuove sfide per la sicurezza delle organizzazioni. Il processo è facilitato dalla pervasività delle reti wi-fi e dal crescente ricorso al cloud computing. E così i responsabili IT hanno atteggiamenti ambivalenti, nei confronti del BYOD (“Bring Your Own Device”, porta il tuo dispositivo), permettendo l’ingresso in azienda di smartphone, tablet e laptop dei lavoratori, ma anche consentendo loro (o facendo finta d’ignorare) l’uso di servizi di cloud computing pubblici, come Dropbox o Google Drive. Il lavoratore spesso è il proprietario del terminale e l’azienda non ha alcun controllo sulla sicurezza dei dati che vi transitano, anche se la riguardano.

Che succede, ad esempio, quando un lavoratore lascia l’azienda o perde il terminale? I guai possibili sono parecchi, e le soluzioni non sempre facili. Eccone alcune.

  • Esercitare un controllo su tutti i terminali, tramite prodotti di Mobile Device Management (MDM), che consentono di monitorare, proteggere, gestire e supportare in remoto tutti i dispositivi mobili aziendali.
  • Limitare il controllo a singole applicazioni, rese disponibili all’interno della rete aziendale, o tramite VPN.
  • Imporre standard stringenti di sicurezza, come la protezione del terminale con password forte, la cifratura dei dati, la presenza di antivirus efficaci.
  • Adottare prodotti software come Samsung KNOX, che crea, all’interno del terminale mobile, un ambiente separato dal resto, con le applicazioni e i dati dell’azienda, una sorta di MDM parziale.
  • Adottare terminali speciali, come i BlackBerry equipaggiati con BlackBerry Balance, che separa i due ambiti anche dal punto di vista hardware.
  • Adottare sistemi di Mobile Virtualization, che consentono di accedere ad un ambiente virtuale, del tutto controllato dall’azienda, da qualsiasi tipo di terminale.
  • Imporre il dual login, separando, su uno stesso terminale, le attività per scopi personali da quelle aziendali.

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Il Wall Street Journal rinnova il giornalismo online, mettendo direttamente, nelle mani dei reporter, Tout, una App che consente loro di pubblicare online, senza altri intermediari ed in tempo reale, brevissimi video-reportage, della durata massima di 15 secondi. La prestigiosa testata economica, che ancora costituisce l’unico esempio rilevante di quotidiano online a pagamento, ha dato vita a Worldstream, una piattaforma basata sulla tecnologia Tout – inizialmente pensata per il mercato consumer, sulla scia di Vine - grazie alla quale i giornalisti possono postare i loro brevi inserti video in tempo reale, che vengono controllati centralmente, prima della pubblicazione. I giornalisti sono entusiasti del nuovo strumento, usato per postare sia reportage dal vivo, sia editoriali, isolati o integrati in articoli di blog.

La tecnologia Tout può essere integrata in qualsiasi sito o blog o sito, e può essere utilizzata anche per consentire ai lettori di inviare propri brevi commenti ai contenuti on line.

Il fatto che una scelta del genere sia stata fatta da un attore di primo piano, come il Wall Street Journal, che peraltro è attualmente di proprietà di Rubert Murdoch, può essere sintomo di tre importanti tendenze:

  • il declino del Web basato sul testo scritto, a favore di un primato del aspetti visuali;
  • la sempre maggior brevità dei contenuti online;
  • la sempre maggiore prevalenza dei contenuti istantanei, di cui l’utente fruisce in flussi continui.

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Cambiano i requisiti tecnici di accessibilità, previsti dalla legge Stanca, per i siti Web della PA, con la firma del Decreto, da parte di Francesco Profumo, Ministro per l’istruzione, l’università e la ricerca. I requisiti richiesti passano da 22 a 12, traendo spunto dalle linee guida WCAG 2.0 redatte dal World Wide Web Consortium (W3C) nell’ambito del Web Accesibility Initiative (WAI).

Ecco una sintesi dei nuovi requisiti richiesti. A proposito di HTML5, è opportuno ricordare che le relative specifiche non sono incluse nelle linee guida WCAG 2.0 e che pertanto, utilizzarne le nuove caratteristiche non assicura un sito conforme alle linee guida stesse.

 

Val all’elenco delle 12 linee guida

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La Realtà Aumentata è un tema che torna ciclicamente alla ribalta nei “salotti buoni” degli addetti ai lavori, pur non essendo più giovanissimo.  La tipica reazione di chi si interessa per la prima volta alla materia, è un grande stupore, seguito da qualche minuto speso a immaginare scenari futuristici in stile Automan, e concluso con una sommaria condanna all’oblio: Ma in fondo, a che serve?

Giganti alla conquista del nuovo mondo

Eppure, l’idea di posizionare, all’interno della scena inquadrata da una telecamera, oggetti tridimensionali animati ed interattivi, attira l’interesse non solo dei nostalgici della fantascienza retrò, ma anche di colossi delle nuove tecnologie, come Google e Sony, recentemente sbarcati nel campo della AR con investimenti milionari.

WonderBook, per PlayStation 3 (Novembre 2012) e Google Glass (in preview da Febbraio 2013), sono due esempi di applicazioni che segnano una svolta decisa nel mondo della Realtà Aumentata, lanciando nuove sfide, e, soprattutto, scommettendo pesantemente su un aspetto ancora poco esplorato: la possibilità per gli utenti di interagire con gli oggetti virtuali.

Continua a leggere l’articolo di Carlo Saccone…

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Quando un’informazione è associata ad un’emozione, specie se positiva, è più facile da ricordare. I migliori oratori sanno come “etichettare” i concetti chiave che vogliono far passare, rafforzandoli con esempi, storie, immagini, ecc. Perché nell’enorme magazzino della memoria, è più facile ritrovare qualcosa, se ha addosso un’etichetta. Una “emotional tag“. Nel web design, il lato emotivo viene considerato, cercando di fare leva su tutti i livelli cognitivi: a livello viscerale, comportamentale e riflessivo. Sempre col fine di dare all’utente un’esperienza positiva. Come? A parte immagini, forme e colori, nel design di un sito ci sono altri elementi che attivano le emozioni: il senso dell’umorismo, la capacità di evocare qualcosa di profondamente umano, la dissonanza, il tono di voce, il coinvolgimento. Si legga questo, per saperne di più.

Dare agli utenti la possibilità di esprimere le proprie emozioni è un altro modo per rafforzarne il coinvolgimento. La necessità, soprattutto per i marchi a caccia di reputazione, è di andare oltre il semplice “Mi piace“.

Qualcuno ci sta provando. MySmark, ad esempio, è un servizio online (creato da una startup italiana) che consente agli utenti di esprimere l’emozione provocata da qualcosa visto o letto sul Web. Con un solo click, è possibile scegliere all’interno di una rosa delle emozioni e condividere la scelta.

Un’alternativa di maggior diffusione è Usabilla, creata col proposito di aiutare le aziende a ricevere feedback di qualità. Mentre si visita un sito dov’è attivo Usabilla, si può cliccare su una porzione della pagina (una frase, un’immagine, una pubblicità) e lasciare un feedback specifico, composto da una scala di rating, la scelta di un tag, una frase eventuale, più altri elementi personalizzabili. Ciò consente ai titolari del sito di disporre di dati molto sofisticati sulle reazioni degli utenti. Sempre che questi ultimi abbiano voglia di loro retta.
Esempi e link utili su questo argomento

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