Nell’intervista che abbiamo pubblicato in occasione dell’apertura di Forum PA, il Direttore Generale della manifestazione, Gianni Dominici, sosteneva che uno dei temi di maggiore interesse per gli enti pubblici, in ambito internet, è rappresentato dagli open data, i quali richiedono anche lo sviluppo di nuove professionalità specifiche, da parte delle aziende. Gli open data costituiscono una pratica sempre più diffusa, ma anche una filosofia di accesso universale e trasparenza, che le PA stanno sempre più abbracciando, anche perché permettono loro di fare il proprio mestiere lasciando che altri, di solito più bravi, sviluppino poi servizi utili in rete.  Il Codice dell’Amministrazione Digitale (Dlgs. n. 82/2005) ha introdotto il principio di “disponibilità dei dati pubblici” (art. 2, c. 1 e art. 50, c, 1), che consiste nella possibilità, per soggetti pubblici e privati, “di accedere ai dati senza restrizioni non riconducibili a esplicite norme di legge” (art.1, lett. o).

Un numero crescente di Enti sta mettendo a disposizione, sul Web, dati di propria competenza. Il riferimento è il portale dati.gov.it, creato dal Governo, ma hanno aperto siti specifici anche Regioni e Comuni (v. link). Tra i più attivi nel diffondere dati aperti ci sono l’Istat, l’Inps, l’Inail, il Cnr, le Regioni Piemonte ed Emilia-Romagna, ma anche aziende come l’Enel. In questo momento, in Italia, sono disponibilli oltre 2.500 dataset rilasciati in formato aperto.

I dati delle PA – affinché siano riutilizzabili – possono essere resi disponibili in vari formati, con diversi gradi di utilizzabilità. Si va dal livello 1, con dati non strutturati e solo visionabili (ad es. pdf), al livello 5, quello dei Linked Open Data, cioè dati arricchiti di metadescrizioni per eventuali incroci con altri dataset ed accessibili tramite API. Il formato per eccellenza dei Linked Open Data è RDF(Resource Description Framework), proposto da W3C per la codifica, lo scambio sul Web e il riutilizzo di metadati strutturati. Un principio dell’RDF è che qualunque cosa può essere identificata da un Universal Resource Identifier (URI). Un altro principio è che “qualunque cosa può dire qualunque cosa su qualunque cosa“.

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Forum PA apre i battenti domani, fino a sabato 19. Abbiamo chiesto a Gianni Dominici, Direttore generale della manifestazione, di spiegarci quali siano le tendenze oggi prevalenti nel mercato della Pubblica Amministrazione, per chi lavora nel Web. “A premessa di tutto, purtroppo va detto che un dato che oggi prevale su molte altre considerazioni di mercato, è il fatto che le amministrazioni non pagano. A parte questo, noto innanzi tutto un crescente interesse nei confronti dell’open source, del cui valore la PA si è finalmente resa conto. Ho letto i dati che Web Watching ha pubblicato a proposito, riguardanti soprattutto Drupal. È il tipico caso di una tecnologia che consente agli Enti pubblici di uscire dalla logica dei grandi portali e adottare soluzioni più economiche, realizzate grazie a molti interlocutori diversi presenti sul territorio”.

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Liferay ha annunciato di aver più che raddoppiato le vendite in Europa e aver di conseguenza aperto una nuova sede nel Regno Unito. Liferay è un Enterprise portal open source, che riesce a mantenere una buona posizione sul mercato, grazie al suo costo molto ridotto, unito ad un’immagine più commerciale, rispetto ai tipici prodotti open source. Gartner ha collocato Liferay tra i leader, nel suo quadrante magico sui portali. Il suo successo è dovuto alla quantità e qualità dei servizi integrati, la flessibilità  di utilizzo e una grande capacità di organizzare e supportare la collaborazione interna. I suoi concorrenti diretti, tra i prodotti commerciali, sono Microsoft SharePoint e IBM WebSphere, mentre il rivale diretto open source è jBoss.

Liferay è scritto in Java ed è usato soprattutto per intranet ed extranet aziendali. È composto da tante diverse unità funzionali, chiamate portlet, che vanno a costituire le finestre di cui è composta la pagina del portale. Ciascun portlet è destinato ad una semplice applicazione (news, meteo, forum, email, ecc.). I portlet possono essere chiusi o ridotti o spostati, così l’utente che accede al portale può personalizzare la propria pagina personale. I portlet di Liferay possono essere scritti in linguaggi diversi, tra cui PHP e Ruby.

Liferay viene distribuito assieme ad Apache Tomcat, un contenitore servlet open source che fornisce una piattaforma per l’esecuzione di applicazioni Web sviluppate in Java. È disponibile in due diverse versioni: Liferay Portal Community Edition, gratuita, che ha tutti gli ultimi aggiornamenti ed è supportato dalla community, e Liferay Portal Enterprise Edition, commerciale, disponibile 1-2 mesi dopo.

Liferay è nato nel 2000 come soluzione per le organizzazioni non-profit. Ora è gestito da un’azienda con sede a Los Angeles – Liferay, Inc. – che ha filiali in Cina, India, Spagna, Germania e Regno Unito. L’Italia è uno dei Paesi europei dove è più apprezzato, dopo la Finlandia, la Spagna e la Repubblica Ceca. L’ultima versione è la 6.1, rilasciata a gennaio 2012, che tra le nuove funzionalità annovera anche un app store. Tra i clienti famosi di Liferay ci sono Allianz, BASF, Cisco Systems, Lufthansa, Rolex, Siemens, il ministero della difesa francese e le Nazioni Unite. Si presta molto per le realtà aziendali che necessitano di aree (pubbliche o private) distinte, per suddividere le informazioni gestite dalle diverse aree aziendali o sedi diverse.

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Google ha reso nota la lista dei 52 cambiamenti che ha effettuato nel mese di Aprile nelle sue funzioni di ricerca. Di recente c’erano state migliorie molto importanti negli algoritmi di Google: a febbraio 2011, Panda update, con lo scopo di escludere dalla ricerche le “Content Farm”, ovvero tutti quei siti, portali e aggregatori di news che pubblicano contenuti di scarsa qualità al solo scopo di attirare un numero elevato di visite e guadagnare tramite i click sugli annunci AdSense. Tra le ultime migliorie successive, il mese scorso è stato lanciato un nuovo algoritmo che punisce il fenomeno del webspam, cioè la pratica di ottenere in modo artificioso una classificazione (“page rank”) più alta delle proprie pagine. Il webspam viene attuato tipicamente tramite il keyword stuffing (“imbottitura di parole chave”), cioè il riempire la pagina di centinaia di keywords anche non pertinenti, e i link schemes (“complotti a base di link”), ovvero la creazione di siti complici che linkano verso la propria pagina per aumentarne il page rank.

Gli ultimi cambiamenti annunciati sono significativi, perché danno il senso di come stia cambiando lo scenario del posizionamento sul Web. Oltre ai già citati provvedimenti per punire i SEO “cattivi”, molti dei miglioramenti riguardano l’interfaccia utente. Ad esempio, molti sforzi sono stati concentrati sulla funzione di completamento automatico, che è stata estesa anche a ricerche meno frequenti nelle lingue diverse dall’inglese ed è anch’essa mirata a penalizzare i contenuti di qualità più scarsa. Ulteriore enfasi viene data ai contenuti più recenti, ma con un’attenzione ancora maggiore ad escludere le pagine “trash”. Vari interventi riguardano la pertinenza dei risultati rispetto all’utente specifico. Ad esempio, di un sito multinazionale si cerca di privilegiare la versione del paese dell’utente, così come si tiene conto di più delle ultime ricerche effettuate, per cercare di indovinare le intenzioni dell’utente. Infine citiamo i miglioramenti sul modo di presentare i risultati dei sitelinks, cioè i siti maggiori per i quali Google dà direttamente i link alle principali sezioni interne. Per la lista completa delle novità, si veda l’articolo sul blog di Google.

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La navigazione da dispositivo mobile ha raggiunto il 10 per cento circa di tutta l’attività svolta su Web, ed è destinata a crescere parecchio ancora, fino a diventare la modalità prevalente di accesso ai contenuti on line, secondo la famosa previsione di IDC, che ha indicato nel 2015 l’anno del sorpasso, per lo meno negli Usa. I browser più usati per navigare sul mobile sarebbero i seguenti, secondo StatCounter:

  • Opera Mini/Mobile, 21.52% (-1.34% rispetto al mese precedente)
  • Android, 21.31% (+0.15%)
  • iPhone, 20.04% (-0.06%)
  • Nokia browser, 11.42% (-0.44%)
  • UC Browser, 7.77% (+1.42%)

Come si vede anche dal grafico, Opera continua a dominare, ma di poco, insidiata dal browser di sistema di Android. Cresce anche quello dell’iPhone, ma calano Nokia e Blackberry. Ma più di tutti cresce UC browser, il browser cinese, disponibile anche in inglese per tutte le piattaforme mobili, che ha funzionalità molto interessanti per rendere particolarmente veloce la navigazione.

Come si fa a progettare un sito compatibile con tutti questi browser? Il classico metodo di testare un sito su diversi computer con diversi browser ormai ha fatto il suo tempo, perché le combinazioni possibili sono diventate troppe. E così c’ha pensato il mercato, che ci offre numerosi software e servizi web per effettuare i test sulle diverse piattaforme. Ce ne sono di gratuiti (come Adobe BrowserLab e Browsershots) e a pagamento (come Mogotest e BrowserCam). Rimandiamo a questo articolo di Smashing Magazine per una rassegna più che esauriente.

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È la vendetta di Steve Jobs: i dispositivi della Apple non solo continuano ad essere molto meno soggetti al malware, rispetto a quelli Windows, ma portano infezioni più a questi ultimi che a se stessi. Una recente indagine di Sophos su dispositivi Mac ha infatti rivelato che, tra essi, un quinto trasporta malware che può attaccare PC Windows, mentre solo uno su 36 è infetto da malware per Mac OS X.

È un problema quasi di natura etica, secondo Sophos, che paragona gli utenti Mac alle persone affette da Chylamidia, una malattia sessualmente trasmissibile che spesso i portatori non sanno di avere. Perciò l’azienda inglese invita tali utenti a “comportarsi da cittadini responsabili“, controllando i propri dispositivi con software antivirus.

I Mac vengono infettati con le stesse modalità dei PC Windows: drive USB, allegati email, visita di siti compromessi. Ma sono ancora molto più sicuri, rispetto al sistema operativo rivale, non tanto per la minore vulnerabilità (di cui anzi alcuni esperti dubitano), quanto perché, tra i criminali informatici, non c’è una tradizione consolidata di attacco ai Mac, storicamente troppo pochi. Nonostante ciò, ora che i dispositivi col sistema operativo della Apple sono molti di più, in percentuale, i rischi crescono sempre di più, anche perché gli autori di malware sanno che sono pochi i Mac dotati di antivirus. Inoltre tali utenti, abituati a pagare molto di più degli altri, risulterebbero più appetibili per il furto di password e numeri di carte di credito. Il malware più diffuso sul Mac si chiama Flashback, ruba le password e ha infettato finora circa 600 mila Mac, l’1 per cento del totale.

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È ormai operativo il marketplace di Amazon Web Services (AWS),  creato da Amazon per rendere disponibili, a livello mondiale, software già configurati e pronti all’uso, da pagare a consumo. Il servizio è organizzato come un negozio on line a tutti gli effetti, con tanto di rating e feedback da parte degli utenti, confezionato in base all’insuperabile ‘esperienza nell’e-commerce di Amazon.

Su AWS Marketplace èpossibile accedere al software che gira su AWS, la piattaforma cloud computing di Amazon, i cui pilastri sono costituiti da  Amazon EC2 – che permette agli utenti di affittare computer virtuali sui quali eseguire le loro applicazioni – e Amazon S3, il servizio di storage on line. Attualmente vi si possono trovare software di tipo Saas (as a service) dei maggiori produttori, come SAP, Microsoft o IBM, così come installazioni già configurate di soluzioni open source come Wordpress, Drupal o MediaWiki. Acquistare uno di tali servizi è semplice come comprare un libro sullo store di Amazon. Alla fine si paga in base ad una bolletta basata sui consumi – come quella della luce o del gas – a tariffazione oraria.

Il servizio è rivolto anche a chi produce software, attirato dai centinaia di migliaia di clienti di Amazon in 190 Paesi. Chi vuole entrare in questo mercato come venditore si software, deve solo caricare la propria soluzione come una “Amazon Machine Image” (AMI) – cioè un insieme contenente le applicazioni, le librerie, i dati e la configurazione di sistema – e indicare ad Amazon quale tariffa vuole praticare. Alla fatturazione poi ci penseranno loro. Se no può utilizzare le infrastrutture di Amazon e vendere direttamente la propria soluzione come Saas, tramite il Marketplace, ma con esecuzione dal proprio sito. Per essere accettati nel Marketplace, bisogna poter contare su alcuni requisiti di qualità, sicurezza e affidabilità.

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Near Field Communication (NFC) è il nome di una delle tecnologie destinate ad avere l’impatto maggiore sulla nostra vita quotidiana, perché ci permetterà di dematerializzare del tutto – privandole addirittura del contatto diretto – molte azioni comuni, come quella di pagare o quella di esibire il biglietto d’ingresso ad un evento.

La NFC fornisce connettività wireless bidirezionale a corto raggio (fino ad un massimo di 10 cm). La tecnologia NFC si è evoluta a partire da quella RFID (che invece è monodirezionale), è stata sviluppata congiuntamente da Philips, Sony e Nokia, e poi è stata adottata da tutte le principali aziende IT e circuiti di carte di credito.  Quando due apparecchi NFC (l’Initiator e il Target) vengono accostati entro un raggio di 4 cm, viene creata una rete peer-to-peer tra i due ed entrambi possono inviare e ricevere informazioni. L’NFC può essere realizzato direttamente tramite un chip integrato oppure tramite l’uso di una speciale scheda esterna che sfrutta le porte delle schede SD o micro SD.

progressi recenti dell’NFC sono molto promettenti. Negli Usa, Google ha già lanciato un servizio di pagamento mobile (“m-payment”) basato sulla tecnologia NFC, col sistema Google Wallet in commercio per ora solo sugli smartphone Nexus S 4G. PayPal ha rilasciato un’applicazione per Android 3.0, che consente di effettuare pagamenti sfruttando l’NFC. Nel Regno Unito, Orange ha portato la NFC in 50 mila negozi, incluse alcune catene famose, come McDonald, Eat e Subway. Per quanto riguarda Apple, per ora ci sono solo voci che il prossimo iPhone 5 includa questa tecnologia.

L’ambito d’utilizzo più promettente è quello dei pagamenti da cellulare. Ma i suoi campi d’utilizzo sono numerosi: si possono, ad esempio, scaricare dal PC, direttamente su un terminale mobile, prenotazioni alberghiere, ingressi a cinema, teatri, stadi, viaggi in treno o aereo, eccetera, per poi accedere ai relativi servizi avvicinando il proprio terminale ai chioschi elettronici in loco. Dai “chioschi” si potranno anche scaricare (e pagare) giochi, file MP3, video o software.

In Italia, ci sono già numerose applicazioni che precorrono la strada all’NFC. Ad esempio, è possibile pagare tramite sms il biglietto dell’autobus in città come Firenze, Padova, Vicenza, Cesena, Rimini o Genova; pagare la sosta in zona blu in ben 35 città; comprare biglietti per spettacoli in oltre 1.000 siti; pagare la corsa del taxi a Torino col QR Code. I Musei Capitolini di Roma stanno predisponendo, in collaborazione con Samsung, un’applicazione NFC che consentirà di avere sul proprio smartphone informazioni riguardanti le opere esposte.

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Molti cominciano da un’esigenza personale, poi trasformano in business l’esperienza acquisita in WordPress, la piattaforma open source che sta conquistando il Web, coi suoi 73 milioni di siti, pur essendo del tutto indipendente dai big della Rete, quali Google, Facebook o Apple. È un economia che dà lavoro a decine di migliaia di persone, in quantità che cresce a dispetto della crisi. Anzi, compatibile con la crisi, per i suoi bassi costi. Ma come si reggono i conti di un prodotto del tutto gratuito? Un’inchiesta di Siobhan McKeown fa il punto sull’economia di WordPress.

  1. I temi – I rivenditori di temi (“theme shops”), tra cui l’attuale n. 1 (secondo Alexa) è Elegant Themes, sono presenti in tutto il mondo, ma il loro mercato globale è saturo e molto competitivo. Attori importanti sono anche i marketplace di temi, come Theme Garden. Il theme design è l’attività più praticata in questa economia, la cui crescita lascia comunque spazi anche ai nuovi entranti, alzando però sempre più in alto l’asticella della qualità. Poi c’è il Theming Engine, come Infinity, che aiuta questo numero crescente di designer a creare temi anche complessi.
  2. I plugin – Il mercato dei plugin è anche più competitivo di quello dei temi, e con una percentuale minore di persone disposte a pagare. Molti sviluppatori si sono concentrati su un solo plugin, come nel caso di Event Espresso, disponibile in 3 versioni di complessità crescente, di cui solo la prima gratuita.
  3. I servizi – Tra i servizi, l’hosting è forse il più delicato, al punto che c’è chi, come WP Engine, offre hosting specializzato per WordPress. A causa della gratuità e facilità d’uso della piattaforma, il livello tecnico di chi inizia ad usarla si abbassa sempre più, e così apre lo spazio anche ad un mercato della consulenza. Lo sviluppo di siti è uno dei servizi più diffusi, sia per piccole che per grandi realizzazioni. Essendo poi WordPress così diffuso in tutto il mondo, c’è tutto un mercato di soluzioni per le traduzioni – automatiche e non – e per i siti multilingue, dove spiccano servizi come ICanLocalize.
  4. I network multisito – Piattaforme che ospitano tanti siti Wordpress, secondo i canoni del cloud computing, sono in crescita, a partire dal WordPress.com, che ne include più di 32 milioni. Ma c’è anche Edublogs, che ne ospita più di un milione solo nel settore didattico.
  5. I prodotti editoriali – L’enorme diffusione di WordPress rende anche i blog su WordPress (come WPMU.org, WPCandy e WPLift) una parte di questa economia, coi grandi numeri che riesce a generare. Ma anche i libri sull’argomento sono molto numerosi (fate una prova su Amazon), senza contare i PDF da scaricare. Infine ci sono le agenzie di copywriting, come Words for WP, che supportano gli sviluppatori nel descrivere al meglio i loro prodotti.
  6. Il Software As A Service (SaaS) – In questa categoria sono da includere due tipi di servizi: i creatori di siti di nicchia, come Happytables, che consente di crearsi da soli il sito del proprio ristorante, e quelli che offrono un servizio di WordPress Management, come ManageWP, che permette a chi gestisce parecchi siti WordPress di fare tutto da un unico pannello di controllo.
  7. La formazione – In questo mercato in grande espansione, non possono mancare i fornitori di formazione, anche perché WordPress è sempre più considerato quale palestra ideale per introdurre i giovani alle professioni del Web.

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È ufficialmente disponibile, anche in Italia, Google Currents, l’app per dispositivi mobili che consente di sfogliare riviste on line ed altri contenuti editoriali con un’interfaccia particolarmente facile e gradevole. Currents è disponibile in 46 diverse lingue e su qualunque dispositivo Android e iOS. Si avvale del traduttore di Google, che consente agli utenti di leggere automaticamente le edizioni preferite nella propria lingua. La mossa è strategica, per l’azienda di Mountain View, nell’ambito di quello che viene considerato il mercato più promettente nei prossimi anni: i contenuti su dispositivo mobile. Prima di lanciare Currents in Italia, Google ha stretto accordi, per avere dei primi contenuti, con importanti editori, come il Sole-24 Ore, la Stampa, Adn Kronos e altri.

Dal punto di vista dell’utente, il suo utilizzo è molto semplice. Dopo aver scaricato l’applicazione da Google Play (per i dispositivi Android) o dall’App Store di Apple (per i dispositivi con iOS), gli utenti devono solo scegliere le pubblicazioni che intendono seguire, gratuitamente. Tra di esse, c’è pure Web Watching Eustema, in elegante veste Google-style. La app poi si sincronizza a piacimento, per poter leggere i contenuti anche off line.

Dal punto di vista del produttore di contenuti, essere presenti su Currents è quasi altrettanto semplice. Basta andare su Google Current Producer, autenticarsi con un account Google e seguire passo passo il wizard per la pubblicazione, anche a partire da un sito già esistente, di cui bisogna però essere proprietari e che deve supportare il feed RSS.

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